Perché i ragazzi non amano la saga di Twilight? Appunti sulla costruzione della maschilità e il depotenziamento della violenza al tempo dei vampiri

by Monia Andreani

Durante uno dei seminari che tengo nelle Scuole Medie Superiori a partire dal  mio libro Twilight. Filosofia della vulnerabilità,  trovandomi in un Liceo Classico e Linguistico, alla mia domanda perché tra le persone intervenute ci fossero solo ragazze, loro stesse hanno risposto che ai loro coetanei la storia non piace, che la deridono spesso e che lo fanno perché i personaggi maschili della più famosa saga dei vampiri, sono diversi da loro. E in cosa sono diversi, ho ribadito con tono provocatorio? Una ragazza ha detto: “perché i ragazzi vogliono solo una storia facile e non impegnata con le ragazze, mentre Edward e Jacob sono gentili, innamorati, si comportano in modo serio e responsabile”. La risposta è stata probabilmente parte di un messaggio atto a tranquillizzare socialmente me (in quel momento equiparata ad una loro docente) sul loro conto –  siamo delle brave ragazze.

Il contenuto sottotraccia era questo: i maschi e non le femmine sono superficiali, vogliono solo divertirsi e non hanno alcuna attenzione affettiva nei confronti delle loro coetanee. Loro però non immaginavano che io sapevo e so da tempo che la relazione di coppia alla loro età si stabilizza sempre di più sul consumo – principalmente se non esclusivamente sessuale – e che parole come “scopa-amico” per definire il partner del momento, le ho sentite pronunciare sempre da ragazze e mai da ragazzi (forse più timidi nel parlare ad una donna adulta) … Se si vuole avere
a che fare con gli adolescenti, cercare un confronto produttivo con loro, si devono comprendere le sfumature, la complessità dei piani e spesso anche la contraddizione mostrata alla luce del sole, senza mediazioni. Ma le parole delle ragazze liceali quella mattina mi hanno trovato d’accordo su un punto: i ragazzi si sentono lontani da Twilight e questo a causa del fatto che in quella storia si mettono in scena vissuti maschili diversi – che nel mio libro ho chiamato maschilità post-moderne. Andiamo più a fondo e interroghiamo i personaggi: Edward – il giovane vampiro
innamorato si prende cura di Bella, la propria amata e la rispetta in ogni decisione – lui non può gestire le emozioni e le scelte di lei – non può
prevederle (il suo superpotere non funziona con lei); Jacob – giovane indiano che vive in una riserva e che appartiene ad una comunità di uomini e donne che possono diventare licantropi – diventa lupo ma rifiuta di diventare il capo, rifiuta la parte leaderistica del suo virilismo – ama Bella ed è in conflitto con il vampiro ma non lo aggredisce mai – il suo obiettivo è la cooperazione e il rispetto per le scelte della ragazza che ama; i due innamorati sono in lotta tra di loro, Bella deve decidere quale dei due sarà solo un amico, ma il più importante amico della sua vita, e chi invece diventerà il suo compagno. Tra Bella e i due ragazzi c’è amicizia, c’è scambio dialettico, c’è emozione, ci sono momenti di tensione, sempre nel rispetto dell’altra/o. E se le adolescenti impazziscono per questi modelli di ragazzi descritti da Twilight: forti, determinati, gentili, simpatici, generosi, rispettosi, romantici e responsabili – come coetanei su cui contare … I ragazzi li vedono come dei ragazzini troppo femminili e sdolcinati, addirittura pronti a fare un passo indietro di fronte alla loro volontà di essere al primo posto nel cuore dell’amata, quindi privi di coraggio, in definitiva pericolosamente deboli. In Twilight si mette in opera un depotenziamento dell’immaginario mediatico violento e centrato sul virilismo. I ragazzi non sono preparati ad accogliere positivamente questo messaggio perché non sono educati alla relazione con gli altri basata sull’emozione, sull’affettività, sul sentirsi la libertà di scambiarsi dei segni di affetto. Lo dico sempre durante i seminari
che svolgo – i nostri ragazzi sono pronti a dire: “ lui è il mio migliore amico” ma hanno difficoltà a tradurre in parole il vero senso di questa frase: “gli voglio bene”. C’è paura di mostrare l’affetto per l’altro ragazzo, c’è il terrore di essere meno maschi se si hanno rapporti d’affetto diversi dal
cameratismo, c’è lo spettro dell’omosessualità nascosto dietro ogni angolo quando ci si presenta diversi dal modello virile: freddo, brusco, privo di
gesti affettuosi soprattutto di amicizia verso quelli del proprio sesso, tracotante verso le ragazze considerate da meno in quanto donne. Capite bene che non si può chiedere ad adolescenti intrappolati nella narrazione sociale di uno stereotipo virile di cambiare improvvisamente e di abbracciare proposte diverse, occorre accompagnarli a scegliere tra i tanti vestiti da indossare – le nostre identità –  anche qualcosa di diverso
dall’armatura del guerriero del videogame. Come scrive Sandro Bellassai nel suo ultimo libro L’invenzione della virilità – che consiglio vivamente: «gran parte degli uomini si dimostra riluttante al cambiamento, quasi ne andasse del loro equilibrio identitario», i giovanissimi che stanno costruendo ora il loro equilibrio identitario sono i peggiori nemici del cambiamento ma anche coloro che soffrono di più la crisi della maschilità. Questa crisi della visione tradizionale del maschio ha innescato tutta una serie di elaborazioni teoriche e di attività pratiche (da parte di gruppi di riflessione sulla maschilità tra cui Maschile Plurale) atte a prevenire i lati negativi del comportamento virilista dell’uomo, quali: la violenza di genere che è anche femminicidio, l’omofobia, la difficile relazione affettiva con le donne, lo smarrimento di fronte ai bisogni di cura dei figli, il rapporto con le altre forme di maschilità, l’ignoranza del proprio corpo e delle sue trasformazioni (Elena Dell’Agnese, Elisabetta Ruspini, Mascolinità all’italiana. Narrazioni e percorsi dal secondo dopoguerra ad oggi, 2007). Dall’altro lato è ormai chiaro che il modello in crisi ha scatenato una violenta reazione proprio tra coloro che sono maggiormente deboli nella loro identità maschile, proprio i più giovani già sottoposti allo stress dei mutamenti sociali e generazionali. E così si sono incrementate forme di
violenza di genere molto pesanti perpetrate da giovani e giovanissimi, spesso a danno di ragazze coetanee o di altre donne considerate socialmente svantaggiate, come le prostitute, le donne straniere e sole, oppure contro uomini visti come troppo “femminili” – principalmente omosessuali o transgender. Come scrive Elisabetta Ruspini: «la violenza di genere, che presuppone un corpo usato come arma, costituisce, in altre parole, una delle possibili reazioni agli evidenti mutamenti dei corsi di vita femminili e delle stesse mascolinità. È un’espressione di rabbia, impotenza, confusione e smarrimento nei confronti di ciò che non si riesce più a comprendere e controllare». Di fronte a tutto questo quadro a tinte fosche occorre prendere per mano ragazze e ragazzi e insieme a loro rivedere bisogni di affettività, paure, senso di smarrimento, visioni stereotipate della maschilità e della femminilità e far emergere – anche con l’utilizzo di modelli mediatici forti – un laboratorio di relazioni responsabili, nel segno dell’incontro con l’altro/a, in nome della responsabilità e del prendersi cura reciprocamente.