moniaandreani.it

l'attenzione è la forma più rara e più pura di generosità – Simone Weil

Quando il filosofo è una filosofa – ciclo di incontri a Fano

Università dei Saperi  “Giulio Grimaldi” – Fano

 QUANDO IL FILOSOFO E’ UNA FILOSOFA

 in collaborazione con Memo-Mediateca Montanari / Biblioteca Federiciana

 LAURA  BOELLA     Università degli Studi di Milano

Con il cuore, con la testa, con le mani: il coraggio dell’etica oggi

Martedì , 19 febbraio  ore 17.00

 

 

MONIA  ANDREANI     Università di Urbino “Carlo Bo”

 Pensare non è mai neutro:le donne e la filosofia

Martedì, 26 febbraio  ore 17.00

 

 

MONIA  ANDREANI     Università di  Urbino “Carlo Bo”

 Radicate nel presente con uno sguardo al futuro:

  quando il pensiero delle donne fa la differenza

Martedì, 5 marzo  ore 17.00

 

 

SALA IPOGEA  MEMO- MEDIATECA MONTANARI

Piazza Pier Maria Amiani, Fano.

 

 

Twilight. Filosofia della vulnerabilità a Roma.

Venerdì 11 gennaio 2013, all’interno della rassegna del Centro Studi Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto, presso Officina Lithos, via Vigevano 2, Roma. vedi brochure.

THE TWILIGHT SAGA – BREAKING DAWN 2 – l’arrivo di Renesmee

In attesa dell’uscita dell’ultimo film prevista per il 16 novembre un estratto dal mio libro Twilight. Filosofia della vulnerabilità. Ev Edizioni, Macerata, 2011

Renesmee e la vittoria della relazione e della costruzione di percorsi condivisi nel rispetto nella diversità di appartenenza, di orizzonte e di destino

“La nascita della bambina provoca un cambiamento radicale in tutti i personaggi, un mutamento vissuto da ciascuno in modo del tutto individuale, ma anche condiviso da tutti gli altri, quindi messo ancora una volta in comune. La piccola Renesmee è biologicamente umana, il suo cuore batte, nel suo corpo scorre il sangue, e per questo deve essere protetta da sua madre che è – paradossalmente – una vampira “neonata” e quindi potenzialmente in preda ad una fame incontrollabile. Di conseguenza necessariamente gli altri – tutti tranne la madre della piccola – devono prendersi cura di Renesmee e attorno a lei  si concentra un atteggiamento di rinnovata collaborazione che possiamo identificare come una forma di genitorialità diffusa in cui non tarderà ad essere ammessa la madre naturale,  così dotata di equilibrio da superare tutte le insidie della sua condizione di “neonata”.

È possibile pensare all’ esperienza di questa gravidanza come ad un momento condiviso in cui ciascuno dei personaggi si prende la propria responsabilità per fare sì che la bambina sia accolta, protetta, amata e che possa avere, a sua volta un futuro migliore. In questo caso è possibile immaginare questa piccola comunità di personaggi portatori di valori a volte configgenti tra di loro, che si accordano su alcuni punti condivisi per ottenere prima di tutto la salvezza di Bella e la nascita della bambina.

La comunità che si è formata però resiste e rilancia un altro obiettivo, non definito ma abbozzato nelle pagine finali della storia: continuare a vivere insieme una esperienza di vita di relazione e costruire un orizzonte comune sia sociale che politico tra soggetti diversi (mezzosangue, vampiri, licantropi). Solo così è possibile ottenere anche il successo contro i Volturi, intervenuti  per uccidere la piccola,  senza l’utilizzo della violenza, ma solo mediando con successo sul piano discorsivo.

La saga di Twilight mette in luce una visione radicalmente diversa dell’immaginario fantasy rispetto al vampirismo e anche rispetto al tema della salvezza dell’umanità.

La visione eroica è completamente e definitivamente superata a favore di un maggiore equilibrio dato dalla centralità del nesso inestricabile costituito dalla vulnerabilità umana e dalla responsabilità verso gli altri che conduce al prendersi cura.”

 

Bioetica e questione del dono e della gratuità

  

Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”

Laurea Magistrale “Filosofie della conoscenza,della morale e della comunicazione”

AA 2012/2013 – I Semestre

Etica Prof. Laura Piccioni

SEMINARIO di MONIA ANDREANI

BIOETICA

QUESTIONE DEL DONO E DELLA GRATUITÀ

Urbino, dal 31 OTTOBRE 2012

TUTTI I MERCOLEDÌ DALLE 12 ALLE 14 – PALAZZO ALBANI AULA D3

 

IL PARADIGMA DEL DONO IN BIOETICA: PERCORSI ATTORNO AL MATERNO, ALLA RELAZIONE, ALLA CURA

IL DONO E I PRINCIPI DELLA BIOETICA: AUTONOMIA , AUTONOMIA RELAZIONALE E PROBLEMI RELATIVI AL CONSENSO INFORMATO

BIOETICA E DONO: LA FIGURA DEL/DELLA CAREGIVER

IL PROBLEMA DEL DONO GRATUITO NEL NOME DELLA VITA E DELLA SOLIDARIETÀ: SANGUE, ORGANI, TESSUTI E CELLULE

PROPRIETÀ, GRATUITÀ E RICERCA: I PROBLEMI BIOETICI

(I seminari sono aperti a tutte/i studentesse/studenti interessate/i – la docente preparerà un Syllabus come strumento didattico, durante gli incontri parte del lavoro sarà dedicata alla discussione di casi). Per informazioni monia.andreani@uniurb.it

Si ringrazia il Maestro Alberto Lanteri per l’immagine.

 

Fano, Fiera della sostenibilità – E ora dove andiamo. In transizione verso una nuova civiltà Convegno la buona politica 14 settembre 2012


La fiera della sostenibilità di Fano (14/16 settembre 2012), giunta alla sua settima edizione si è dedicata quest’anno al tema della transizione che sostanzialmente si riconduce alla matrice culturale del movimento delle transition towns ( http://transitionitalia.wordpress.com/)  …  Lavorando da tempo su un quadro culturale che è politico ed etico e bioetico ed ecologista, vedo la complessità di piani che sono  incentrati  su alcune domande: come immaginare una società che già stiamo cominciando a vivere ma a vivere male, senza parametri e prospettive  (in crisi, senza sicuro ed economicamente vantaggioso accesso alle fonti energetiche fossili, con un modello democratico in crisi, di fronte ad una sostanziale mutazione antropologica, spostata su ieri e appiattita sull’oggi), come pensare ad oggi con una prospettiva che abbracci il futuro? Come fare questo non in termini di negatività – la crisi vista solo come scenario che toglie – mentre è un concetto che può aprire a nuove soluzioni, a rimettere/si in gioco? Il concetto della resilienza (la capacità di adattarsi ai cambiamenti anche di fronte a grandi sommovimenti traumatici – quello della partecipazione orizzontale – il metodo democratico non rappresentativo – ovvero non solamente rappresentativo – il metodo assembleare) … sono tutti elementi che funzionano a livello individuale e collettivo – che necessitano di una presa in carico di responsabilità (non quella del buon padre di famiglia che pensa a come gestire l’economia e la vita degli altri) ma – sul modello femminista – quella del partire da sé – la responsabilità di chi sa che la vita è adesso e domani, e che deve essere al centro la propria responsabilità ma anche quella degli altri che a sua volta si possono responsabilizzare, al fine di fare insieme. Di tutto questo si è parlato al Convegno La buona politica da me moderato e coordinato il 14 settembre 2012 – presso la Chiesa Sant’Arcangelo: ” l’importanza di avere una buona politica, libera dalla servitù dei poteri forti e in grado di riprendere in mano la capacità di pensare nuovi immaginari e orizzonti e poi realizzarli” con le relazioni di: Adele Gambaro – Facilitatrice Transition Italia; Marco Boschini –  Coordinatore Associazione nazionale dei Comuni Virtuosi, e Carla Danani, docente di Filosofia Politica all’Università di Macerata e di Filosofia dell’abitare presso il Politecnico di Milano.

http://www.fieradellasostenibilita.org/

Ascolta l’ intervista:

http://www.radiofano.com/interviste.php

Si ringrazia per l’immagine il Maestro Alberto Lanteri 

Presentazione di Twilight. Filosofia della vulnerabilità a Verona con il Filo d’Arianna


Venerdì 28 settembre alle ore 17.30 presso la prestigiosa Società Letteraria di Verona (Sala Montanari) il Filo d’Arianna di Verona organizza la presentazione del mio libro Twilight. Filosofia della vulnerabilità. Ne parlerò con Daniela Pietta e Sara Rapa; introdurrà l’incontro Liliana Sannini del Filo d’Arianna.

“Dalla tradizione letteraria emerge chiaramente che i vampiri hanno bisogno di scambiare emozioni e relazioni con gli umani e di trasformare gli umani per farseli simili. Il loro è un bisogno di comunità. Le emozioni sono riconosci­menti della mancanza di una autosufficienza, nel vampiro sono il segno inevitabile di una carenza costitutiva, perché egli non può ottenere rico­noscimento alcuno e sente di non appartenere ad una sfera comunitaria.”

Si ringrazia per l’immagine il Maestro Alberto Lanteri

Filofiction a Popsophia 2012 dal 14 al 29 luglio 2012

Il termine classico “philosophia” significa “amore per il sapere”. Il neologismo creato da Popsophia – “philofiction” – significa “amore per la fiction”. Le passioni del contemporaneo, infatti, si direzionano verso nuove realtà: il best-seller, il reality, la serialità televisiva, la web-tv….

Il pensiero critico, invece di nascondere la testa sotto la sabbia, affronta queste novità e ne mette in luci vizi e virtù: tutti i sabati e le domeniche alle ore 23.30 nell’ex-pescheria di Civitanova Alta con il coordinamento della filosofa Monia Andreani e la supervisione della dirigente Carla Sagretti.

 

Il 14 luglio, come controcanto a pornosophia, Lucia Tancredi Monia Andreani si confronteranno con la freddezza erotica del romanzo contemporaneo: Il pudore, il vizio della letteratura. Se la spudoratezza è diventata una virtù, il pudore diventa lo strumento seduttivo più temibile.

 

Domenica 15 luglio si parlerà della saga più amata degli ultimi anni: Filosofando con Harry Potter. Simone Regazzoni e Laura Anna Macor, giovani filosofi appassionati del maghetto, ci guideranno in un mondo dove le grandi questioni della filosofia sono affrontate in punta di bacchetta magica.

 

Dalla letteratura alla televisione. Il 22 luglio è il turno della Filosofia di Maria (De Filippi).Salvatore Patriarca, autore di un saggio filosofico su Maria De Filippi, svelerà il segreto del successo di programmi cult  come Uomini e donneAmici e C’è posta per te.

 

Il successo delle trasmissioni di Fantapolitica è esplosivo. Massimo Teodori il 23 luglio parla dei vizi e delle virtù della politica ai tempi di Porta a Porta e di Parks and recreation.

 

Siamo bombardati anche dalle trasmissioni quotidiane di approfondimento. Ma Fulvio Abbate, ospite fisso della trasmissione di La7 Ahi, Piroso!, è una voce dissonante, l’incarnazione del giornalista popsofico. I suoi interventi sono un concentrato di cinismo e anarchia, dove alto e basso si fondono in una risibile serietà. Il 28 luglio lo scrittore Antonio Romano lo intervisterà sulla sua geniale creazione:Teledurruti, una tv monolocale

Per concludere un appuntamento per i fiction addictedTo be continued… Il 29 luglio Claudia Attimonelli e Angela D’ottavio, curatrici di una raccolta di saggi sulla serialità americana, ci mostreranno come le serie-tv hanno cambiato il nostro modo di pensare. I modelli estetici, familiari e sociali sono cambiati (e magari anche migliorati) anche grazie a Modern family The L word.

Lucrezia Ercoli

Si ringrazia per l’immagine il Maestro Alberto Lanteri

Perché i ragazzi non amano la saga di Twilight? Appunti sulla costruzione della maschilità e il depotenziamento della violenza al tempo dei vampiri

Durante uno dei seminari che tengo nelle Scuole Medie Superiori a partire dal  mio libro Twilight. Filosofia della vulnerabilità,  trovandomi in un Liceo Classico e Linguistico, alla mia domanda perché tra le persone intervenute ci fossero solo ragazze, loro stesse hanno risposto che ai loro coetanei la storia non piace, che la deridono spesso e che lo fanno perché i personaggi maschili della più famosa saga dei vampiri, sono diversi da loro. E in cosa sono diversi, ho ribadito con tono provocatorio? Una ragazza ha detto: “perché i ragazzi vogliono solo una storia facile e non impegnata con le ragazze, mentre Edward e Jacob sono gentili, innamorati, si comportano in modo serio e responsabile”. La risposta è stata probabilmente parte di un messaggio atto a tranquillizzare socialmente me (in quel momento equiparata ad una loro docente) sul loro conto –  siamo delle brave ragazze.

Il contenuto sottotraccia era questo: i maschi e non le femmine sono superficiali, vogliono solo divertirsi e non hanno alcuna attenzione affettiva nei confronti delle loro coetanee. Loro però non immaginavano che io sapevo e so da tempo che la relazione di coppia alla loro età si stabilizza sempre di più sul consumo – principalmente se non esclusivamente sessuale – e che parole come “scopa-amico” per definire il partner del momento, le ho sentite pronunciare sempre da ragazze e mai da ragazzi (forse più timidi nel parlare ad una donna adulta) … Se si vuole avere
a che fare con gli adolescenti, cercare un confronto produttivo con loro, si devono comprendere le sfumature, la complessità dei piani e spesso anche la contraddizione mostrata alla luce del sole, senza mediazioni. Ma le parole delle ragazze liceali quella mattina mi hanno trovato d’accordo su un punto: i ragazzi si sentono lontani da Twilight e questo a causa del fatto che in quella storia si mettono in scena vissuti maschili diversi – che nel mio libro ho chiamato maschilità post-moderne. Andiamo più a fondo e interroghiamo i personaggi: Edward – il giovane vampiro
innamorato si prende cura di Bella, la propria amata e la rispetta in ogni decisione – lui non può gestire le emozioni e le scelte di lei – non può
prevederle (il suo superpotere non funziona con lei); Jacob – giovane indiano che vive in una riserva e che appartiene ad una comunità di uomini e donne che possono diventare licantropi – diventa lupo ma rifiuta di diventare il capo, rifiuta la parte leaderistica del suo virilismo – ama Bella ed è in conflitto con il vampiro ma non lo aggredisce mai – il suo obiettivo è la cooperazione e il rispetto per le scelte della ragazza che ama; i due innamorati sono in lotta tra di loro, Bella deve decidere quale dei due sarà solo un amico, ma il più importante amico della sua vita, e chi invece diventerà il suo compagno. Tra Bella e i due ragazzi c’è amicizia, c’è scambio dialettico, c’è emozione, ci sono momenti di tensione, sempre nel rispetto dell’altra/o. E se le adolescenti impazziscono per questi modelli di ragazzi descritti da Twilight: forti, determinati, gentili, simpatici, generosi, rispettosi, romantici e responsabili – come coetanei su cui contare … I ragazzi li vedono come dei ragazzini troppo femminili e sdolcinati, addirittura pronti a fare un passo indietro di fronte alla loro volontà di essere al primo posto nel cuore dell’amata, quindi privi di coraggio, in definitiva pericolosamente deboli. In Twilight si mette in opera un depotenziamento dell’immaginario mediatico violento e centrato sul virilismo. I ragazzi non sono preparati ad accogliere positivamente questo messaggio perché non sono educati alla relazione con gli altri basata sull’emozione, sull’affettività, sul sentirsi la libertà di scambiarsi dei segni di affetto. Lo dico sempre durante i seminari
che svolgo – i nostri ragazzi sono pronti a dire: “ lui è il mio migliore amico” ma hanno difficoltà a tradurre in parole il vero senso di questa frase: “gli voglio bene”. C’è paura di mostrare l’affetto per l’altro ragazzo, c’è il terrore di essere meno maschi se si hanno rapporti d’affetto diversi dal
cameratismo, c’è lo spettro dell’omosessualità nascosto dietro ogni angolo quando ci si presenta diversi dal modello virile: freddo, brusco, privo di
gesti affettuosi soprattutto di amicizia verso quelli del proprio sesso, tracotante verso le ragazze considerate da meno in quanto donne. Capite bene che non si può chiedere ad adolescenti intrappolati nella narrazione sociale di uno stereotipo virile di cambiare improvvisamente e di abbracciare proposte diverse, occorre accompagnarli a scegliere tra i tanti vestiti da indossare – le nostre identità –  anche qualcosa di diverso
dall’armatura del guerriero del videogame. Come scrive Sandro Bellassai nel suo ultimo libro L’invenzione della virilità – che consiglio vivamente: «gran parte degli uomini si dimostra riluttante al cambiamento, quasi ne andasse del loro equilibrio identitario», i giovanissimi che stanno costruendo ora il loro equilibrio identitario sono i peggiori nemici del cambiamento ma anche coloro che soffrono di più la crisi della maschilità. Questa crisi della visione tradizionale del maschio ha innescato tutta una serie di elaborazioni teoriche e di attività pratiche (da parte di gruppi di riflessione sulla maschilità tra cui Maschile Plurale) atte a prevenire i lati negativi del comportamento virilista dell’uomo, quali: la violenza di genere che è anche femminicidio, l’omofobia, la difficile relazione affettiva con le donne, lo smarrimento di fronte ai bisogni di cura dei figli, il rapporto con le altre forme di maschilità, l’ignoranza del proprio corpo e delle sue trasformazioni (Elena Dell’Agnese, Elisabetta Ruspini, Mascolinità all’italiana. Narrazioni e percorsi dal secondo dopoguerra ad oggi, 2007). Dall’altro lato è ormai chiaro che il modello in crisi ha scatenato una violenta reazione proprio tra coloro che sono maggiormente deboli nella loro identità maschile, proprio i più giovani già sottoposti allo stress dei mutamenti sociali e generazionali. E così si sono incrementate forme di
violenza di genere molto pesanti perpetrate da giovani e giovanissimi, spesso a danno di ragazze coetanee o di altre donne considerate socialmente svantaggiate, come le prostitute, le donne straniere e sole, oppure contro uomini visti come troppo “femminili” – principalmente omosessuali o transgender. Come scrive Elisabetta Ruspini: «la violenza di genere, che presuppone un corpo usato come arma, costituisce, in altre parole, una delle possibili reazioni agli evidenti mutamenti dei corsi di vita femminili e delle stesse mascolinità. È un’espressione di rabbia, impotenza, confusione e smarrimento nei confronti di ciò che non si riesce più a comprendere e controllare». Di fronte a tutto questo quadro a tinte fosche occorre prendere per mano ragazze e ragazzi e insieme a loro rivedere bisogni di affettività, paure, senso di smarrimento, visioni stereotipate della maschilità e della femminilità e far emergere – anche con l’utilizzo di modelli mediatici forti – un laboratorio di relazioni responsabili, nel segno dell’incontro con l’altro/a, in nome della responsabilità e del prendersi cura reciprocamente.

Senza una cultura femminista non si può sconfiggere il femminicidio

 

 

Dire che il femminismo non c’entra nella discussione attorno al femminicidio è come dire che si può fare a meno di una cultura di liberazione affermativa che è simbolica, soggettiva, collettiva, e che va nella direzione di apertura di spazi democratici per donne e uomini, al fine di combattere la violenza simbolica, soggettiva, collettiva, che colpisce le donne in quanto tali per mano di uomini e con la complicità di uomini e donne … A mio avviso è proprio qui il problema, non si può analizzare come non si può combattere il backlash del patriarcato – l’odio nei confronti delle donne che equivale anche e soprattutto a deprivarle di valore simbolico e di possibilità di vita indipendente, senza il femminismo o se vogliamo i femminismi. Ma di quale femminismo abbiamo bisogno? Di una visione democratica – così come ricordato tante volte da Judith Butler, di un femminismo che non abbia paura di se stesso e della sua pluralità, del conflitto costruttivo nel dare voce al superamento di una visione unica e totalizzante che si chiama patriarcato (vivo, morente o in qualsiasi stato di salute sia) che oggi soffoca tutte e tutti. I tentativi italiani di riprendere le fila di un discorso collettivo e quindi politico di donne, necessario per sviluppare una teoria femminista in grado di leggere,  interpretare e combattere le nostre attuali oppressioni  (nostre di donne e uomini, perché anche gli uomini soffrono il patriarcato) sono stati molteplici e in tutti i casi c’è stato tanto pudore nel sostenere, nel dire forte e chiara la parola femminismo. Eppure se solo ricordassimo le parole delle nostre sorelle del passato, se solo non avessimo paura le une delle altre e della grandissima potenzialità del nostro essere libere insieme, forse potremmo davvero dare una svolta alla tanta sofferenza che viviamo singolarmente e soprattutto a quella sofferenza culturale che alcune di noi – che sono sole – si ritrovano a vivere, incomprese da una società che fa finta di nulla perché non ha strumenti culturali per capire.
Faccio un esempio: una donna violentata dal marito che si confida con la madre, con la sorella e con le amiche ha poche probabilità di essere capita e aiutata, magari di trovare qualcuna che la sostiene nel denunciare, nell’ allontanarsi, nel prendere in esame che quella da lei subita è una violenza e rientra nel quadro del femminicidio (da questo tipo di sopraffazione all’omicidio il passo è stato compiuto tante volte).  Più facile trovare donne che non le credono o che la biasimano perché magari il marito è stato più esplicito del solito, lei quindi meno propensa all’atto sessuale e per questo ha forse lei sbagliato approccio. Questo accade perché non si è radicata una cultura femminista, una visione del mondo in cui le donne non sono asservite sessualmente agli uomini, ma sono soggetti liberi di scegliere e di vivere una sessualità indipendente dalla sessualità maschile.
Adrienne Rich, recentemente scomparsa, ha scritto pagine illuminanti su questo tema e il femminismo italiano all’epoca della pratica dell’autocoscienza e dell’esperienza (di vita e pensiero) di donne come Carla Lonzi, non aveva paura di sostenere la libertà sessuale come spazio di responsabilità per sé e per le altre donne. Ecco perché, con intento forse didattico per le giovani generazioni, e con infinito amore e rispetto per le ragazze e le donne che sono state uccise o che hanno vissuto la violenza del femminicidio durante la loro vita, riporto brevemente e a punti il pensiero di Adrienne Rich, contenuto nel fondamentale saggio: Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica, pubblicato nel DWF “nero” n. 23/24, dalla redazione guidata da Annarita Buttafuoco dedicato all’Amore Proibito. Ricerche americane sull’esistenza lesbica.
Rich nel suo saggio del 1980 traccia chiaramente le linee di quello che oggi chiamiamo femminicidio, come orizzonte di violenza contro le donne – in quanto donne – delle società patriarcali. Da questo quadro occorre riprendere il discorso femminista per lavorare sulla nostra società con incisività e soprattutto nell’ottica di tenere insieme le generazioni contro ogni possibile vittimismo e per una libertà simbolica e un’alleanza costruttiva vissuta dalle donne e dagli uomini.

(Tra parentesi le mie
integrazioni)

1 “Negare alle donne il diritto
alla nostra sessualità: attraverso la clitoridectomia e l’infibulazione; le
cinture di castità; forme di punizione, compresa la pena di morte, per
l’adulterio femminile e per la sessualità lesbica; negazione psicanalitica
della clitoride, biasimo censorio contro la masturbazione; negazione della
sessualità in gravidanza e in menopausa; isterectomia (obbligata o forzata) o
non necessaria (per la salute)…”

2 “Imporre alle donne una
sessualità: attraverso lo stupro, compreso quello coniugale, le percosse,
l’incesto, l’educazione impartita alle
donne a considerare che la spinta sessuale maschile equivale ad un diritto
;
idealizzazione dell’amore eterosessuale (romantico e idilliaco) nell’arte,
nella letteratura, nei media, nella pubblicità; matrimoni con bambine,
matrimoni combinati … immagini pornografiche di donne che provano piacere dalla
violenza sessuale e dall’umiliazione”

3 “comandare o sfruttare il
lavoro delle donne al fine di controllarne i prodotti: attraverso l’istituzione
del matrimonio e della maternità come produzione non retribuita; relegamento ai
livelli più bassi del mondo del lavoro retribuito; la lusinga ingannevole della
donna-simbolo che ha fatto carriera; il controllo maschile sull’aborto, la
contraccezione e il parto; la sterilizzazione forzata; lo sfruttamento della
prostituzione (compreso il traffico e la tratta); l’uccisione delle bambine che
priva le madri delle figlie e contribuisce alla svalutazione generalizzata
delle donne”

4 “avere il controllo della prole
e deprivare le donne di essa: attraverso il diritto paterno; il rapimento dei
figli; l’infanticidio; la sottrazione giuridica dei figli; la
strumentalizzazione della madre come torturatrice simbolica nelle mutilazione
genitale, o nel fasciare i piedi (o la mente) della figlia per adeguarla al
matrimonio”

5 “tenere le donne confinate
fisicamente (e separate le une dalle altre) e impedirne la libera circolazione:
attraverso lo stupro come mezzo terroristico (o lo spauracchio dello stupro se
una donna si muove da sola) per impedirne la libera circolazione per le strade;
il purdah; la fasciatura dei piedi; l’atrofizzazione delle capacità atletiche
delle donne; codici di abbigliamento al femminile (obbligati in certi
ambienti); il velo (obbligato culturalmente); le molestie sessuali; la norma
prescrittiva di essere madri a tempo pieno; la dipendenza economica forzata
delle mogli”

6 “usare le donne come mezzo di
transazione maschile: l’uso delle donne come doni; il prezzo della sposa; lo
sfruttamento della prostituzione; l’impiego delle donne come intrattenitrici
per facilitare gli affari (uso delle donne come escort) o come padrone di casa
accoglienti, geishe, segretarie compiacenti”

7 “tarpare la creatività delle
donne (e delle bambine come dice Martha Nussbaum): la caccia alle streghe
contro le donne indipendenti, le guaritrici, la maggiore valorizzazione in
tutte le culture delle elaborazioni maschili, cosicché i valori culturali si
identificano con la soggettività maschile; matrimonio e maternità quali uniche
possibilità di autorealizzazione femminile; sfruttamento sessuale delle donne
da parte di artisti e insegnanti; smembramento
sociale ed economico delle aspirazioni creative collettive delle donne
;
cancellazione delle tradizioni femminili
(e delle genealogie femminili e dei femminismi)

8 “ impedire l’accesso ad ampie
aree del sapere sociale e delle acquisizioni culturali: attraverso la non
scolarizzazione delle bambine;  il grande
silenzio storico sulla cultura delle donne e sull’esistenza lesbica; gli stereotipi
dei ruoli sessuali che tengono lontane le donne dalla scienza, dalla tecnologia
e gli altri studi “maschili”; legami socio-professionali maschili che escludono
le donne; discriminazione professionale delle donne”.

Wide open Eyes


Monia Andreani, Twilight. Filosofia della vulnerabilità

di Sara Rapa

   Riflettere sulla responsabilità individuale di fronte alla violenza, che ci unisce così come ci uniscono la sofferenza e la vulnerabilità, tenendo gli occhi bene aperti sulle incertezze e sulla cupezza del nostro presente: ecco il non facile obiettivo dell’ultimo libro della filosofa Monia Andreani, intitolato Twilight. Filosofia della vulnerabilità, pubblicato dalla casa editrice EV nel 2011.

   L’autrice legge, analizza e interpreta tali questioni confrontandosi con la versione più attuale di una figura dell’immaginario moderno quale è stata quella del vampiro, che dall’essere il simbolo del male e un’icona della violenza cieca si è trasformato fino a presentare i segni di un soggetto che, pur rimanendo immortale, è segnato dalla perdita e dalla sofferenza. “Negli anni vi è stata una mutazione antropologica della figura del vampiro** che lo ha reso più umano: non è più un mostro assetato di sangue, apparentato con il demonio, signore della notte che uccide con macabro piacere; [è diventato] un condannato alla vita eterna che deve mangiare per forza, per istinto di autoconservazione”. Se Dracula è il vampiro che incarna il male per il male, perché non vi è mai ombra di cedimento nella forza della sua malvagità, e il vampiro Louis (protagonista di Intervista con il vampiro, che si nutre di animali e non aggredisce gli umani) rappresenta “il punto di rottura nel ciclo di morte individuato nel pasto di sangue e nella trasformazione degli esseri umani”, è certamente il vampiro Carslile della saga di Twilight, che di professione fa il medico e si prende cura degli altri, degli umani, il prodotto più innovativo e più interessante di tale trasformazione. I vampiri d’oggi sono miti e riflessivi e non rifuggono la luce. Sono perfettamente consapevoli del fatto che quella che conducono sia una vita da reietti: separati dagli umani, sono obbligati a vivere in uno stato di solitudine che li fa soffrire, li rende infelici, e che a tratti si rivela addirittura lacerante, ma al quale non possono rinunciare per non correre il rischio di cedere alla tentazione di uccidere. Percepiscono la loro eternità come un misero destino, una condanna, non certo come un privilegio, costretti come sono a vivere un presente senza fine e quindi senza futuro, prigionieri di “un ‘sempre’ che ha perso la sua misura”; quindi non sponsorizzano la trasformazione da umani a vampiri – che per loro non è altro che una sospensione della vita – e non desiderano metterla in atto.

   In Twilight, afferma Andreani, viaggiamo dentro una metafora della crisi: analizzare i vampiri, “controfigure fantastiche dell’umanità occidentale” che ha preso piena consapevolezza di sé a partire dalla modernità, è un po’ come osservare la nostra storia recente, con tutte le sue contraddizioni, riflessa in uno specchio che ingigantisce ogni particolare, e cercare proprio in quei particolari le ragioni della crisi attuale. Non solo: “al centro del conflitto tra vita e morte messo in campo da vampiri, licantropi ed esseri umani, cerchiamo un significato di vulnerabilità per rilanciare le sfide etiche della responsabilità e dell’amore senza possesso, in cui maschile e femminile possano tracciare inediti legami”. I romanzi di Stephenie Meyer presentano infatti, da un lato, tre personaggi maschili (i vampiri Edward e Carlisle e il licantropo Jacob) dotati di una virilità niente affatto stereotipata, che “propongono una riconfigurazione del maschile su forme meno tradizionali” e, dall’altro, un personaggio femminile (l’umana Bella) che è una “raffigurazione […] post-femminista della femminilità”, una giovane donna che vuole essere riconosciuta per quello che è, per le sue azioni e per le sue scelte di vita. E così Edward e Bella costruiscono la loro relazione sul confronto e sulla condivisione delle scelte; la loro storia d’amore “è rappresentata come un continuo lavoro […] creativo, fatto di mediazioni e compromessi tra due esseri diversissimi, ma uguali perché entrambi autonomi e liberi[. È] un incontro tra due soggetti che si amano e che si rispettano nella loro insormontabile ma anche stimolante differenza”.

   Siamo di fronte a un libro di carattere divulgativo, destinato a un pubblico più ampio di quello accademico, ma che va considerato a tutti gli effetti un testo filosofico, nel quale l’agibilità e la piacevolezza della lettura nulla tolgono alla puntualità e alla sagacia dell’analisi e alla pregnanza dei contenuti. In queste pagine intense e ricchissime di riferimenti filosofici e letterari, confluiscono e si intrecciano le tre direttrici principali lungo le quali si è articolato fino ad ora il percorso intellettuale della filosofa, ovvero: la vulnerabilità e l’etica della cura/responsabilità nella nostra condizione umana all’inizio del nuovo millennio; la differenza di genere (la metafora dei vampiri viene letta infatti anche nello spettro del gender); le dinamiche etiche del “vitalismo” come corrente filosofica e come questione che la biologia pone alla filosofia in tutto il Novecento, tra l’evoluzionismo, il genoma e la bioetica. “La rappresentazione di auto-conservazione e di accrescimento del vampiro – scrive a tale proposito Andreani – che non è mortale [e] quindi non ha termine, ed è invulnerabile a malattie e a decadimento fisico, costituisce una trasposizione fantastica del vitalismo, perché la vita del vampiro è effettivamente la quintessenza della vita per la vita, e ha il suo massimo sviluppo all’interno di una parabola storica definita, in cui il concetto stesso di vita diventa centrale e indiscusso protagonista dello sviluppo scientifico e bio-medico, dalla fine dell’Ottocento (dall’epoca di Darwin) fino ad oggi”.

 



** Andreani cita i libri, le saghe più famose sul genere e alcuni film particolarmente significativi, in ordine:

1. Nosferatu, un film di Friedrich Wilhelm Murnau del 1922;

2. Dracula. Il romanzo, di Bram Stoker è del 1897; il film, di Tod Browning, è del 1931;

3. Carmilla, un racconto di Joseph Sheridan Le Fanu del 1872;

4. The Hunger. Il romanzo, di Whitley Streiber, è del 1981; il film (uscito in Italia col titolo Miriam si sveglia a mezzanotte) è di Tony Scott, ed è del 1983;

5. la saga delle Cronache dei Vampiri, di Anne Rice, si compone di dieci libri: Intervista con il vampiro (Interview with the Vampire, 1976), Scelti dalle tenebre (The Vampire Lestat, 1985), La regina dei dannati (The Queen of the Damned, 1988), Il ladro di corpi (The Tale of the Body Thief, 1992), Memnoch il diavolo (Memnoch the Devil, 1995) Armand il vampiro (The Vampire Armand, 1998), Merrick la strega (Merrick, 2000), Il vampiro Marius (Blood and Gold, 2001), Il vampiro di Blackwood (Blackwood Farm, 2002) e Blood (Blood Canticle, 2003). Andreani si concentra soprattutto sul primo di questi libri, e sull’omonimo film di Neil Jordan (1994);

6. la saga di Twilight, di Stephenie Meyer, si compone di quattro libri: Twilight (2005), New Moon (2006), Eclipse (2007) e Breaking Dawn (2008). Quanto ai film: Twilight, di Catherine Hardwicke, è del 2008; New Moon, di Chris Weitz, è del 2009; Eclipse, di David Slade, è del 2010; Breaking Dawn (parte prima), di Bill Condon, è del 2011.