pop filosofia

La pagina Pop filosofia del sito è dedicata interamente agli interventi, alle partecipazioni e alle pubblicazioni di carattere pop filosofico. Uno dei modi per indagare l’attuale è riposto nella capacità di trovare elementi da decifrare e strutturare strumenti per la loro analisi nei testi di maggiore fruizione della contemporaneità. Serie televisive, film, testi on line virali, cartoni animati e videogiochi hanno un carattere performativo e addestrano a nuove abilità, ci cambiano senza che noi possiamo capire il cambiamento in cui stiamo vivendo. Per questo la popsophia è una modalità di vivere la filosofia e di renderla utile per capire e, perché no, dare strumenti per orientarsi nell’oggi, nel nostro stesso immaginario, nel modo che abbiamo di guardarci e di narrarci. Oltre a partecipare alla rassegna Popsophia dal 2011 con conferenze e partecipazione a incontri sia a Civitanova Marche che a Pesaro, Tolentino e Roma presso l’Università LUISS, Monia Andreani ha scritto e sta scrivendo di pop filosofia.

Il primo libro con tema pop filosofico è Twilight. Filosofia della vulnerabilità, Ev edizioni, 2011. Di questo libro ci sono state diverse recensioni ed è stato presentato in Italia dalla Puglia alla Lombardia in un giro di incontri e presentazioni nelle librerie e nelle scuole. Il 26 dicembre 2013 il libro è approdato a radio 3 e la trasmissione Fahrenheit di radio 3 ha fatto un’intervista a Monia Andreani curata da Felice Cimatti

A partire da Twilight è nato un laboratorio di discussione, di relazioni, di passioni e, perché no, di questioni filosofiche profonde, a partire dagli spunti offerti dalla Saga, spunti di analisi sulle grandi domande della vita e anche riflessioni a partire da sintomi di disagio e di bisogno relazionale delle ragazze e dei ragazzi che hanno amato o odiato il fenomeno dei vampiri dal cuore tenero.
E’ uno spazio pensato per sollecitare domande, per evitare di approcciarsi al fenomeno con un certo fare snobistico, uno spazio per dare la possibilità anche a generazioni diverse (nonni, genitori, zii, parenti e amici più grandi) di entrare con delicato passo d’ascolto, nel grande mistero delle scelte emotive e relazionali dei più giovani … Perché solo se stiamo insieme e ci dedichiamo un tempo di qualità e quindi attenzione  possiamo capirci, amarci e aiutarci a vicenda …
Come scrive la filosofa Martha Nussbaum, tra le principali capacità da sviluppare per rispettare i diritti umani di ciascuna persona,  c’è l’immaginazione …  Per coltivare l’immaginazione si può anche entrare dentro scenari diversi dove, anche nei luoghi più impensati, possono trovarsi spazi di libertà e di apertura alla differenza.
Come ho spiegato nel mio libro, la saga di Twilight può essere interpretata come una narrazione in cui tra ragazze e ragazzi, come tra umani, vampiri e licantropi stabiliscono inedite alleanze fondate sul rispetto e la libertà responsabile.

Il secondo libro dedicato alla pop-filosofia è Peppa Pig e la filosofia. Tra antropologia e animalità, Mimesis 2015

Il punto di partenza è rappresentato da un approfondimento della figura del maiale nella cultura anglosassone, dai Tre Porcellini a Peppa Pig passando per La fattoria degli animali di George Orwell. Il libro si prefigge lo scopo di comporre un’analisi filosofica del cartone animato Peppa Pig dal punto di vista della strutturazione del rapporto tra animalità e antropologia, con un focus particolare sulle relazioni tra i personaggi, sulla dimensione sociale e ludica, e sul significato della fruizione da parte di bambine e bambini in età prescolare.

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In un mondo quasi perfetto. La filosofia di Peppa Pig (articolo intero apparso su Educare 0.3)

Monia Andreani

Peppa Pig è più di un cartone, è una tendenza culturale che ha portato la maialina più famosa del mondo a diventare un personaggio anche al di fuori del mondo dell’infanzia fino ad avere un suo spazio da protagonista sui francobolli della Royal Mail britannica. Adesso che dopo un decennio di successo stiamo assimilando il ciclone Peppa Pig, possiamo cominciare a comprendere cosa è stato, è e sarà per i bambini, e soprattutto cerchiamo di rispondere ad una domanda: ci sarà qualcosa che rimarrà uguale a prima, dopo l’arrivo di Peppa? Il mio libro non salva, ma allo stesso tempo non demonizza Peppa Pig. Non è neppure il divertimento intellettuale di chi decide di scrivere su qualcosa di moda solo per il gusto di esprimere il suo parere estetico o le sue elucubrazioni, più o meno, erudite. Tutto al contrario, si concentra sul grande successo del cartone animato che ha aperto una nuova era nel modo di fare intrattenimento ed educazione ai più piccoli, cercando di spiegare una tesi di fondo: Peppa Pig ha avuto successo perché è il prodotto perfetto per oggi e per i bambini e le bambine a cui stiamo preparando il domani.

Quando ho deciso di scrivere Peppa Pig e la filosofia. Tra antropologia e animalità (Mimesis 2015, 7,90 euro) l’ho fatto sulla scorta di un’osservazione ripetuta durante il mio lavoro di ricerca in etica applicata sulla relazione di cura tra genitori-caregivers, bambini gravemente malati e personale sanitario nella vita quotidiana a domicilio. Durante le interviste la tv era spesso accesa e mentre noi adulti parlavamo, i piccoli erano di fronte al cartone di Peppa Pig così da non sentire i nostri discorsi spesso tristi. Mi sono chiesta varie volte, tra una parola e l’altra spese attorno a questioni etiche e bioetiche con i genitori, cosa significasse Peppa Pig per l’infanzia di oggi e soprattutto per quei bambini e bambine che le avventure vissute da Peppa e dai suoi amici le potevano solo immaginare o comunque vedere ripetersi giorno dopo giorno dentro il mondo del cartone e forse mai esperire in prima persona. Sono da sempre molto attenta a ciò che scelgono giovani e giovanissimi, alla loro fruizione mediale, che costruisce attraverso stratificazioni progressive il loro immaginario, per me interessante sia nell’ottica di un confronto generazionale e che nella prospettiva della modulazione dei contenuti didattici, ma soprattutto per capire come la società globalizzata del consumo stia predisponendo la strada maestra alle generazioni future. In Peppa Pig, ogni episodio è una piccola storia chiusa che inizia e finisce, ma ciascuna è una piccola storia che si concentra sul tema del “fare qualcosa”, del farlo da soli o insieme, del farlo come si deve o attraverso piccoli errori dai quali si può imparare a migliorare. La cifra della storia è racchiusa nell’utilità del fare bene, dove bene significa in modo corretto, in un ambiente infantile che è anche molto competitivo. Al termine di ogni storia viene concesso uno spazio per il gioco, come premio finale per tutti, grandi e piccini, rappresentato da un salto dentro la pozzanghera tanto per ribadire che i protagonisti sono bambini e hanno anche il diritto di giocare e divertirsi tra di loro, con i loro genitori e con gli adulti che hanno intorno. Peppa Pig mostra un benessere quotidiano, fatto di piccole mete e di piccole, ma solide, soddisfazioni. I bambini sono coinvolti nel fluire del tempo di tutti i giorni, senza scossoni o novità, con una famiglia sicura e felice in cui non accade nulla, soprattutto mai nulla di brutto. Questi bambini fanno sempre qualcosa e precisamente quello che si fa quando si è bambini: andare alla scuola dell’infanzia a giocare, scoprire per la prima volta le piccole cose, andare in vacanza con i genitori. Il tempo in Peppa Pig è lineare, scandito dalla più assoluta routine, senza lasciare nulla alla fantasia, quindi a qualcosa che può essere variato. Il mondo svagato degli incontri con la scoperta di nuovi amici, di cui è fatto nella sua struttura narrativa un cartone come la Pimpa, qui è del tutto scomparso. Peppa Pig si presenta agli occhi dei bambini e degli adulti che lo guardano come un gigantesco tutorial della vita che i bambini devono vivere oggi, una vita scandita da tempi e da obiettivi che noi adulti approntiamo e imponiamo loro e che non prevede mai il concedersi del tempo dilatato della fantasia che vaga di meta in meta, senza un obiettivo specifico e utile, quella fantasia creativa, spesso misteriosa o non decifrabile che costituisce la parte dell’infanzia di cui avremo per sempre nostalgia una volta diventati adulti.

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Perché i ragazzi non amano la saga di Twilight? Appunti sulla costruzione della maschilità e il depotenziamento della violenza al tempo dei vampiri

 

Durante uno dei seminari che tengo nelle Scuole Medie Superiori a partire dal  mio libro Twilight.
Filosofia della vulnerabilità
,  trovandomi in un Liceo Classico e Linguistico, alla
mia domanda perché tra le persone intervenute ci fossero solo ragazze, loro
stesse hanno risposto che ai loro coetanei la storia non piace, che la deridono
spesso e che lo fanno perché i personaggi maschili della più famosa saga dei
vampiri, sono diversi da loro. E in cosa sono diversi, ho ribadito con tono
provocatorio? Una ragazza ha detto: “perché i ragazzi vogliono solo una storia
facile e non impegnata con le ragazze, mentre Edward e Jacob sono gentili,
innamorati, si comportano in modo serio e responsabile”. La risposta è stata probabilmente
parte di un messaggio atto a tranquillizzare socialmente me (in quel momento equiparata
ad una loro docente) sul loro conto –  siamo delle brave ragazze.

Il contenuto sottotraccia era
questo: i maschi e non le femmine sono superficiali, vogliono solo divertirsi e
non hanno alcuna attenzione affettiva nei confronti delle loro coetanee. Loro
però non immaginavano che io sapevo e so da tempo che la relazione di coppia alla
loro età si stabilizza sempre di più sul consumo – principalmente se non
esclusivamente sessuale – e che parole come “scopa-amico” per definire il
partner del momento, le ho sentite pronunciare sempre da ragazze e mai da
ragazzi (forse più timidi nel parlare ad una donna adulta) … Se si vuole avere
a che fare con gli adolescenti, cercare un confronto produttivo con loro, si
devono comprendere le sfumature, la complessità dei piani e spesso anche la
contraddizione mostrata alla luce del sole, senza mediazioni. Ma le parole
delle ragazze liceali quella mattina mi hanno trovato d’accordo su un punto: i
ragazzi si sentono lontani da Twilight e questo a causa del fatto che in quella
storia si mettono in scena vissuti maschili diversi – che nel mio libro ho chiamato
maschilità post-moderne. Andiamo più
a fondo e interroghiamo i personaggi: Edward – il giovane vampiro
innamorato si prende cura di Bella, la propria amata e la rispetta in ogni
decisione – lui non può gestire le emozioni e le scelte di lei – non può
prevederle (il suo superpotere non funziona con lei); Jacob – giovane
indiano che vive in una riserva e che appartiene ad una comunità di uomini e
donne che possono diventare licantropi – diventa lupo ma rifiuta di diventare
il capo, rifiuta la parte leaderistica del suo virilismo – ama Bella ed è in
conflitto con il vampiro ma non lo aggredisce mai – il suo obiettivo è la
cooperazione e il rispetto per le scelte della ragazza che ama; i due
innamorati sono in lotta tra di loro, Bella deve decidere quale dei due sarà
solo un amico, ma il più importante amico della sua vita, e chi invece
diventerà il suo compagno. Tra Bella e i due ragazzi c’è amicizia, c’è scambio
dialettico, c’è emozione, ci sono momenti di tensione, sempre nel rispetto dell’altra/o.
E se le adolescenti impazziscono per questi modelli di ragazzi descritti da
Twilight: forti, determinati, gentili, simpatici, generosi, rispettosi,
romantici e responsabili – come coetanei su cui contare … I ragazzi li vedono
come dei ragazzini troppo femminili e sdolcinati, addirittura pronti a fare un
passo indietro di fronte alla loro volontà di essere al primo posto nel cuore
dell’amata, quindi privi di coraggio, in definitiva pericolosamente deboli. In Twilight si mette in opera un depotenziamento dell’immaginario
mediatico violento e centrato sul virilismo
. I ragazzi non sono preparati
ad accogliere positivamente questo messaggio perché non sono educati alla
relazione con gli altri basata sull’emozione, sull’affettività, sul sentirsi la
libertà di scambiarsi dei segni di affetto. Lo dico sempre durante i seminari
che svolgo – i nostri ragazzi sono pronti a dire: “ lui è il mio migliore amico”
ma hanno difficoltà a tradurre in parole il vero senso di questa frase: “gli
voglio bene”. C’è paura di mostrare l’affetto per l’altro ragazzo, c’è il
terrore di essere meno maschi se si hanno rapporti d’affetto diversi dal
cameratismo, c’è lo spettro dell’omosessualità nascosto dietro ogni angolo
quando ci si presenta diversi dal modello virile: freddo, brusco, privo di
gesti affettuosi soprattutto di amicizia verso quelli del proprio sesso,
tracotante verso le ragazze considerate da meno in quanto donne. Capite bene che
non si può chiedere ad adolescenti intrappolati nella narrazione sociale di uno
stereotipo virile di cambiare improvvisamente e di abbracciare proposte diverse,
occorre accompagnarli a scegliere tra i tanti vestiti da indossare – le nostre
identità –  anche qualcosa di diverso
dall’armatura del guerriero del videogame. Come scrive Sandro Bellassai nel suo
ultimo libro L’invenzione della virilità
– che consiglio vivamente: «gran parte degli uomini si dimostra riluttante al
cambiamento, quasi ne andasse del loro equilibrio identitario», i giovanissimi che stanno costruendo ora il
loro equilibrio identitario sono i peggiori nemici del cambiamento ma anche
coloro che soffrono di più la crisi della maschilità
. Questa crisi della visione tradizionale del maschio
ha innescato tutta una serie di elaborazioni teoriche e di attività pratiche (da
parte di gruppi di riflessione sulla maschilità tra cui Maschile Plurale) atte
a prevenire i lati negativi del comportamento virilista dell’uomo, quali: la
violenza di genere che è anche femminicidio, l’omofobia, la difficile relazione
affettiva con le donne, lo smarrimento di fronte ai bisogni di cura dei figli,
il rapporto con le altre forme di maschilità, l’ignoranza del proprio corpo e delle
sue trasformazioni (Elena Dell’Agnese, Elisabetta Ruspini, Mascolinità all’italiana. Narrazioni e percorsi dal secondo dopoguerra
ad oggi
, 2007). Dall’altro lato è ormai chiaro che il modello in crisi ha
scatenato una violenta reazione proprio tra coloro che sono maggiormente deboli
nella loro identità maschile, proprio i più giovani già sottoposti allo stress
dei mutamenti sociali e generazionali. E così si sono incrementate forme di
violenza di genere molto pesanti perpetrate da giovani e giovanissimi, spesso a
danno di ragazze coetanee o di altre donne considerate socialmente
svantaggiate, come le prostitute, le donne straniere e sole, oppure contro
uomini visti come troppo “femminili” – principalmente omosessuali o
transgender. Come scrive Elisabetta Ruspini: «la violenza di genere, che
presuppone un corpo usato come arma, costituisce, in altre parole, una delle
possibili reazioni agli evidenti mutamenti dei corsi di vita femminili e delle
stesse mascolinità. È un’espressione di rabbia, impotenza, confusione e
smarrimento nei confronti di ciò che non si riesce più a comprendere e
controllare». Di fronte a tutto questo quadro a tinte fosche occorre prendere
per mano ragazze e ragazzi e insieme a loro rivedere bisogni di affettività,
paure, senso di smarrimento, visioni stereotipate della maschilità e della
femminilità e far emergere – anche con l’utilizzo di modelli mediatici forti –
un laboratorio di relazioni responsabili, nel segno dell’incontro con l’altro/a,
in nome della responsabilità e della cura.