tesi

Nella mia esperienza di Docente di Etica della comunicazione, Sociologia e Diritti Umani, a partire dall’Anno Accademico 2006-2007,  presso l’Università per Stranieri di Perugia, sono stata relatrice di moltissime tesi di laurea triennali e specialistiche. Ho deciso di dedicare questo spazio agli interventi delle laureate e dei laureati che hanno accettato di presentare un abstract della loro tesi  e che desiderano intervenire per discutere della loro attuale esperienza lavorativa o di studio relativa ai temi sviluppati nella loro tesi di Laurea.

Livia Nicolini

Università per Stranieri di Perugia, laureata in “Relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo” 

con tesi dal titolo “Il fenomeno del Trafficking dalla Nigeria all’Italia: un’indagine sulla tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale” discussa il 21 febbraio 2013 – Relatrice Monia Andreani – Correlatore Roberto Giuffrida

“Simbolo di ogni schiavitù è e rimane per sempre «la catena»: strumento che toglie alla persona libertà di azione per sottometterla al volere di un’altra”.[1] Potrebbe sembrare una frase di un libro di storia, riferita ad un’epoca lontana e ad un contesto che non ci appartiene. Parlare di tratta di persone invece, non solo non è affatto anacronistico, ma ci riguarda molto da vicino. Il traffciking in human beings è un fenomeno sociale molto diffuso che comporta una profonda violazione dei diritti umani. Questo crimine transnazionale, che consiste nel trasferimento delle persone al fine di sfruttamento da Paesi di origine a quelli di transito e destinazione[2], è caratterizzato da una costante situazione coercitiva e di controllo perpetrata sulle persone dalle organizzazioni criminali. È un fenomeno molto complesso e in continua crescita e metamorfosi, diverse sono le sue finalità, i percorsi che le persone compiono e le possibili modalità di sfruttamento, ma tutti i progetti migratori terminano con la medesima situazione: la condizione di schiavitù di queste persone alle quali sono state cancellate la libertà e la dignità e sono stati violati gli altri diritti fondamentali di conseguenza. La mia ricerca ha voluto perseguire due principali obiettivi: l’inquadramento del fenomeno dal punto di vista sociale, storico e giuridico -prima a livello globale e poi soffermandosi sulle peculiarità che assume per le donne nigeriane, cercando di sottolineare come esso rappresenti il simbolo di una costante e attuale violazione dei diritti umani e della discriminazione di genere. Il secondo obiettivo mira a comprendere quali sono gli strumenti e le risposte che potrebbe dare la società per permettere alle vittime di costruirsi autonomamente una nuova identità, che veda i suoi diritti rispettati e la sua dignità, di persona e di donna, restituita.

La definizione di tratta più ampia e condivisa a livello internazionale è quella contenuta nel “Protocollo per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini”, allegato alla “Convenzione delle Nazioni unite contro la criminalità organizzata transnazionale” del 2000 di Palermo che all’art.3 recita: “Tratta di persone indica il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, tramite l’impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. Lo sfruttamento comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro forzato o prestazioni forzate, schiavitù o pratiche analoghe, l’asservimento o il prelievo di organi”. E’ importante la definizione così come vene data dal Protocollo anche perché specifica che il consenso prestato della vittima è irrilevante al fine dell’accertamento del crimine. C’è da fare un’altra precisazione: la complessità della definizione del trasferimento illegale delle persone da uno stato all’altro risiede anche nel fatto che esso è traducibile in due diverse attività tra loro connesse: il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (smuggling of migrants) e la tratta di persone a scopo di sfruttamento (trafficking in human beings). Nella prima chi gestisce questa rete ottiene beneficio finanziario solo per facilitare l’entrata in uno stato ad un migrante permettendogli di attraversare la frontiera clandestinamente; nel trafficking invece la rete, oltre ad organizzare il viaggio della vittima, ha l’obiettivo di sfruttare e schiavizzare le persone.

Volendo parlare di cifre, bisogna subito evidenziare che data la clandestinità intrinseca del fenomeno e il suo controllo che sottosta alla legislazione vigente del paese di riferimento, è molto difficile reperire dati aggiornati. Secondo stime dell’UNODC – United Nations Office on Drugs and Crime e dell’OSCE – Organization for Security and Co-operation in Europe del 2010[3], nel mondo ci sono oltre due milioni di persone vittime di questo crimine e quasi la metà di esse è destinata al mercato dello sfruttamento sessuale a fini commerciali. Le organizzazioni criminali dedite alla tratta hanno imparato col tempo a raggirare gli ostacoli che si potrebbero presentare loro nel reclutare queste ragazze, costringerle a compiere viaggi molto pericolosi per poi inserirle nel mercato della prostituzione una volta giunte a destinazione; per quanto infatti sia un’attivata molto rischiosa, è certo che permette loro di ottenere profitti elevatissimi[4], a discapito della dignità e della vita di queste vittime.

Bisogna precisare che a dispetto di un’opinione superficiale in merito, il fenomeno della tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale non coincide con la prostituzione. Il mercato delle sex-workrs è molto vasto, le donne vittime di tratta sono migranti sui generis, partono da contesti molto disagiati per cercare di trovare all’estero una migliore alternativa di vita già ingannate da finte promesse e si ritrovano costrette a vendere il loro corpo considerato dagli autori di questo reato soltanto come una merce su cui lucrare. Sarebbe più corretto pensare a queste ragazze come prostitu-ite, parola che racchiude in sé la non intenzionalità del gesto e che fotografa perfettamente la condizione in cui versa la vita di queste nuove schiave.

L’Italia, data principalmente la sua posizione geografica, è un importante protagonista del fenomeno in quanto paese di transito e approdo per tutta l’area d’interesse europeo. Il nostro paese, attraverso principalmente l’art.18 del D.lgs 286/98 e successivamente l’art.13 della legge 228/2003[5], ha saputo prontamente costruire un marco giuridico a favore della vittima tale da ottenere a lungo l’ammirazione da parte della comunità internazionale. Questo non le ha evitato però di cadere nella profonda contraddizione che caratterizza tutti gli Stati democratici: l’attenzione costante di garantire il rispetto dei diritti umani di tutte le persone e di riconoscere alle vittime di un crimine una tutela maggiore, spesso si scontra con altre priorità che si è dato lo Stato, quali ad esempio la supremazia della “difesa” dei suoi confini. Può essere significativo a proposito il parere del Gruppo di Esperti nominato dalla Commissione Europea: “La tratta si realizza attraverso la considerazione e il trattamento di esseri umani alla stregua di proprietà private o merci di scambio deprivando l’individuo della possibilità di fruire dei diritti che invece gli sono garantiti costituzionalmente. In questo senso, la tratta viola la dignità e il diritto all’auto-determinazione della persona. In conseguenza di ciò, uno Stato che non agisce per prevenire e combattere la tratta di esseri umani viola indirettamente i diritti umani della persona trafficata”. E’ chiaro quindi quanto il fenomeno sia complesso e quanto gli stati debbano saper bilanciare il problema dell’immigrazione clandestina con il rispetto dei diritti umani, se non vogliono correre il rischio di oltraggiare la dignità delle persone. Ed inoltre, data la sua natura di crimine transnazionale, non è possibile pensare a delle buone azioni di counter-trafficking senza che vi sia collaborazione e cooperazione tra gli attori nazionali, comunitari e internazionali.

Il mio lavoro contempla come specifica area di provenienza la Nigeria; stime attuali[6] mostrano, infatti, come nel nostro paese la componente nazionale nigeriana è, insieme a quella delle ragazze provenienti dall’est Europa, maggiormente presente all’interno del mercato italiano della prostituzione coatta. Analizzando le caratteristiche assunte dalla tratta a scopo di sfruttamento sessuale per le donne nigeriane, seguendo tutto il viaggio che queste ragazze compiono, dal reclutamento all’arrivo in Italia e l’inserimento nel mercato della prostituzione, si è cercato di affrontare in modo critico e decostruttivo l’idea secondo cui le donne siano a conoscenza del loro impiego e diano ad esso una forma di assenso, perché questa idea costituisce quasi un attenuante culturale per chi muove i fili di questo crimine. In realtà è la scarsa informazione diffusa che rende plausibile queste sciocche affermazioni. La condizione della donna in Nigeria, data la sua complessa situazione sociale e politica e la forte discriminazione di genere intrisa nel modello culturale, assume caratteristiche così peculiari e lontane dal nostro modo di vivere che, se non si conosce a fondo, si può far fatica a comprendere il perché di certe scelte: “Perché proprio Benin City? Bisognerebbe fare l’esperienza di alzarsi la mattina e non avere cibo, arrivare a sera e non avere cibo; e non avere un lavoro, né benzina, né sapone per lavarsi… Bisognerebbe fare l’esperienza di chi lotta per sopravvivere per capire a fondo cosa spinge queste ragazze a partire a ogni costo. Ma la responsabilità della loro fuga va ricercata a un livello più alto: quello delle istituzioni e dei governi – locali, federali, internazionali – corrotti e inetti; quello delle politiche internazionali ingiuste e discriminatorie, che non fanno altro che ampliare la frattura tra ricchi e poveri. E allora non andrebbero biasimate in prima istanza queste ragazze, ma innanzitutto coloro che sono responsabili della sperequazione e dell’ingiustizia distributiva che condanna tanta gente a vivere una vita indegna”.[7] Le donne, vengono prelevate con l’inganno, ammaliate da promesse fittizie di possibilità di lavoro in Europa all’interno del mercato formale. Credono all’alternativa offerta loro da chi inizialmente considerano la loro benefattrice, la maman[8], che invece presto si rivelerà essere la loro principale aguzzina, perché potrebbe essere l’unica via di salvezza per uscire dalla situazione di povertà e degrado che stanno vivendo. Spinte anche dalla famiglia, che è disposta al loro sacrificio pur di migliorare la propria condizione economica, contraggono un debito che costituirà l’anello più pesante della loro catena. Se sprovviste di altre garanzie, si sottopongono a un rito vudù che le legherà inesorabilmente ai loro carnefici e, una volta concluso l’accordo, approderanno in Italia per essere inserite nel mercato della prostituzione. Dopo anni di abusi e soprusi, stanche di vivere una condizione in cui hanno sperimentato la perdita della libertà, della dignità e il rifiuto sociale, le ragazze provano soltanto il desiderio di liberarsi dal giogo.

Concludo la mia ricerca con l’analisi del percorso che devono compiere le ragazze per riuscire a riscattarsi mettendo in luce l’azione degli operatori sociali, gli aspetti positivi e le problematicità riscontrabili nel sistema di tutela approntato nella situazione italiana prima fra tutti la necessaria formazione degli operatori. C’è bisogno, infatti, di figure professionali scelte e preparate, che sappiano supportare queste ragazze nel loro percorso di ricostruzione identitaria, facendo in modo che riescano ad acquisire i mezzi per combattere per la loro libertà in maniera indipendente. La formazione degli operatori è importante, così come lo è l’informazione su diversi fronti: in primis delle donne che subiscono in crimine che spesso, se non attraverso i servizi anti-tratta, non sono a conoscenza delle possibilità offerte, ma fondamentale è anche diffondere nella società civile il necessario rispetto dei diritti umani di ognuno. Se non sarà chiaro a tutti che le prostituite sono innanzitutto soggetti di diritti, si correrà il rischio di non portare a termine gli obiettivi della tanto apprezzata legislazione in materia e le ragazze saranno costrette a pagare in maniera perpetua per un crimine che non hanno commesso.



[1] SUOR EUGENIA BONETTI, La tratta delle nuove schiave, in AIKPITANYI I., 500 storie vere, Roma, Ediesse, 2011, p. 18.

[2] Bisogna precisare che si può parlare di tratta anche quando avviene all’interno dei confini dello stesso stato: in questo caso si parla di tratta interna.

[3] OSCE, Combating Trafficking as modern-day slavery: a matter of rights, freedoms an security, 2010, e UNODC, The Globalization of Crime: A Transnational Organized Crime Threat Assessment, 2010.

[4] L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni riconosce che la tratta delle persone è, insieme allo smuggling, la terza attività, dopo il traffico di droga ed armi, a dare sostentamento alle grandi organizzazioni criminali internazionali.

[5] MANCINI D., Traffico di migranti e tratta di persone, Milano, FrancoAngeli, 2008.

[6] UNICRI – United Nations Interregional Crime en Justice Research Institute, La tratta delle minorenni nigeriane in Italia. I dati, i racconti, i servizi sociali, Torino, 2010.

[7] Padre Jude Oidaga, in un’intervista di ANNA POZZI (27 febbraio 2008), Sulle rotte della vergogna, in «MissiOnLine».

[8] Figura centrale all’interno dell’organizzazione criminale della tratta nigeriana.

Miriam Cirone

Università per Stranieri di Perugia, laureata in “Comunicazione Internazionale”

con tesi  dal titolo “ Multiculturalismo, diritti umani, tolleranza. Il caso marsigliese” discussa il 20/11/2012

Monia Andreani e Salvatore Cingari sono stati rispettivamente Relatrice e Correlatore della tesi

 

Il mio progetto tesi è nato dalla volontà di riflettere su  alcune delle problematiche e sulle sfide sottese alla nascita e allo sviluppo di una cittadinanza multiculturale .

La città di Marsiglia rappresenta un paradigma prezioso di profonda mutazione socio-culturale, poiché è stata nel tempo testimone dell’arrivo e dello stanziamento in loco di un grande numero di migranti provenienti da ogni dove. Un quadro cittadino ricco di pregi e contraddizioni, che meritano di essere osservati e analizzati da vicino, allo scopo di comprendere le difficoltà derivanti dalla convivenza tra persone aventi culture diverse e quindi bisogni differenziati.

Marsiglia è un microcosmo emblematico di un tipo di società multiculturale che si sta a poco a poco sviluppando nel mondo. Soffermarsi sulla storia, sui momenti cruciali per il suo sviluppo economico,  sulla crescita demografica, le crisi sociali, le fratture identitarie, le problematiche attuali e  le politiche interne, risulta fondamentale per la comprensione di alcuni cambiamenti in atto su scala globale.

A spingermi a scrivere sulla realtà marsigliese sono stati quattro intensi mesi trascorsi nella città come tirocinante, nell’ambito del progetto Erasmus Placement.

Nella prima parte del mio lavoro, ho ritenuto fondamentale delineare un excursus storico della città, con particolare riferimento alle migrazioni che interessarono il territorio. La mia fonte principale è stato lo storico marsigliese Emile Temime, il quale in tutta la sua opera sottolinea come tra gli arrivi  maggiormente significativi si possano sicuramente annoverare l’ “invasione italiana” e le successive massicce migrazioni algerine.

 

Un percorso intrecciato da un filo di crudeltà e sangue, quello tra Algeria e Francia, la cui memoria     è stata spesso volutamente occultata, poiché ancora oggi riapre questioni  mai totalmente affrontate dal governo francese.  La parte centrale del mio lavoro tenta dunque di fornire una chiave di lettura agli eventi che coinvolsero le due nazioni, dalla colonizzazione alla guerra d’Algeria, spiegando come essi abbiano avuto un forte impatto nella odierna società dell’Esagono. Che all’origine di questo rapporto vi sia un secolo e mezzo di passato coloniale, che ebbe ripercussioni su un piano della crescita economica e dello sviluppo del paese magrebino, è certamente risaputo. Ciò che ho mirato a evidenziare tramite le mie ricerche è invece la profonda e non ancora risanata frattura identitaria derivante da un processo di violento assoggettamento psicologico. Le letture del filosofo e psichiatra martiniaco Frantz Fanon, mi hanno permesso di delineare i meccanismi sociali che portarono al degrado della figura dell’uomo algerino, allo svilimento del suo essere di fronte a se stesso ancor prima che di fronte al colono. Un processo di esplicita negazione dell’identità degli indigeni, di oscuramento e annullamento dell’io della  popolazione sottomessa. La perversa logica occidentale-coloniale, che si nascose dietro una banale retorica di emancipazione e sviluppo dell’Algeria, incoraggiò la costruzione di un profondo complesso di inferiorità, un forte senso di impotenza, che contribuirono a determinare quel sentimento di alienazione nel cittadino algerino migrato in terra francese, anche anni dopo l’indipendenza . Una libertà da conquistare, che non era dunque meramente territoriale: l’algerino doveva ridisegnare l’immagine di se stesso, riappropriarsi del proprio “sentimento dell’esistenza”. Emerge allora in maniera forte la questione del riconoscimento, affrontata da diversi autori, tra i quali Charles Taylor, filosofo e teorico del multiculturalismo. L’individuo tende per natura ad una libera espressione del proprio io, e se il bisogno di identità è sempre esistito, il bisogno di riconoscimento è stato socialmente costruito e teorizzato nell’era moderna nel momento stesso in cui esso è stato compreso e in cui si è fallito nell’ottenerlo. Un riconoscimento che deve realizzarsi sia nella sfera privata che in quella pubblica. E mentre in passato l’accento era posto maggiormente su una uguaglianza tra tutti i cittadini che si declinasse in un’universalizzazione di dritti e doveri, la nascita della nozione moderna di identità ha spostato l’attenzione sull’aspetto particolare della cittadinanza. E nel caso specifico di società mosaico, sorge la necessità di distinguere e differenziare per creare uguaglianza e dare pari dignità.  Un’aspra critica dunque ad un approccio liberale-universalista favorevole ad un’indistinta formulazione e applicazione delle leggi, che non assicura  la sopravvivenza  di tutte le culture. Il dibattito multiculturalista, si è focalizzato a esplicitare la tipologia dei riconoscimenti istituzionali, ovvero tutele e provvedimenti ad hoc per gruppi minoritari in società multietniche. Le posizioni degli identitario-comunitaristi e delle femministe in particolare, puntano a una rivoluzione ideologica che parta dalla cultura e quindi dall’istruzione: riesaminare e ripensare, ad esempio, i programmi scolastici, allo scopo di garantire ai giovani la possibilità di crescere  senza alcun tipo di pregiudizio, di sviluppare una propria coscienza e identità, scevri da qualsiasi tipo di ombre identitarie imposte dalla società.

Nella terza e ultima parte della mia tesi ho voluto illustrare la condizione della comunità musulmana nella città focese. Formata da algerini, marocchini, tunisini, comoriani e turchi, essa è stata da sempre considerata scomoda e pericolosa per il territorio. Tramite una breve ricostruzione delle politiche urbane di redistribuzione della popolazione, ho voluto dimostrare come nel corso degli anni una buona fetta di questa comunità sia stata marginalizzata in alcuni punti precisi della città, a discapito delle nuove generazioni che vi crescono: Quartiers Nord, Belsunce, Noailles, Porte d’Aix. Veri e propri ghetti, rinomati per la loro pericolosità. Mi sono quindi preoccupata di osservare come e se un cittadino di religione islamica riesca a soddisfare i suoi bisogni e rispettare sue tradizioni in alcuni ambiti della struttura sociale quali l’istruzione pubblica o la sanità.  Difatti, nonostante il principio di laicità vigente in Francia si deve tener conto della composizione variegata della società, e un atteggiamento legislativo aperto alle esigenze delle minoranze, non può che creare una produttiva convivenza e dar nuova linfa ad un dialogo interculturale. Da alcuni scritti del filosofo tedesco Jürgen Habermas emerge il suo tentativo di teorizzare una sintesi tra le posizioni liberaliste e quelle  comunitariste. Se ogni costituzione nazionale è il frutto dell’identità di un popolo, pur tenendo ben presente il sostrato dei diritti universali, un cambiamento legislativo sensibile alle esigenze di quelle  minoranze che col tempo hanno influenzato e trasformato l’identità nazionale, risulta quasi un passo obbligatorio.

A suscitare il mio interesse è stato infine il dibattito esistente sulla costruzione di una grande moschea di Marsiglia, portato avanti a più riprese da molteplici testate giornalistiche francesi, tra le quali Le Figaro, La Provence, France 24, Libération, Marsactu. Un’idea, quella della grande moschea, scaturita dalla volontà di ridare dignità e “mettere in sicurezza” l’islam marsigliese: le piccole e anguste sale di preghiera e le poche moschee sparse per la città, non riescono ad accogliere il grande numero di fedeli, costretti a pregare sui marciapiedi o nel caso delle donne, a restare a casa. Pur essendo impossibile effettuare delle stime a carattere religioso, si pensa che su un milione di marsigliesi, 200 mila siano di religione islamica. Nonostante i ripetuti ricorsi giudiziari presentati da alcuni esponenti del Front National, il partito francese di estrema destra più noto per le sue campagne xenofobe , nel giugno 2012 la municipalità ha accordato un permesso ufficiale per portare avanti il progetto. Un luogo di culto che forse non vedrà mai la luce, considerata l’ingente somma di denaro privato necessaria alla costruzione, ma la cui sola approvazione  rappresenta una conquista importante.

Come il processo di integrazione degli immigrati italiani in territorio marsigliese è stato lento e faticoso, altrettanto lo è oggi quello della comunità araba, forse ancor più problematico a causa dell’elemento religioso che si scontra con secoli di tradizione cattolica, anche nella “laicissima” Francia. Nonostante quell’altalenare tra un sentimento di rifiuto e di accoglienza del “diverso” , la città di Marsiglia ha sviluppato nei secoli una sensibilità particolare alla sua dimensione multiculturale, e lo straniero che vi arriva non ha  troppe difficoltà ad identificarsi nello spirito della città dopo un po’ di tempo. Il rispetto e il riconoscimento della differenza devono stare alla base della costruzione di una  cittadinanza multiculturale, che si realizzi tramite la formulazione di politiche che lottino fermamente contro il pregiudizio e la discriminazione. Avere un approccio più aperto e tollerante, che rispetti le esigenze particolari, sarà l’unico modo per dare un fondamento etico alle questioni dell’immigrazione e del multiculturalismo, senza declassare la dimensione universalistica dei diritti.

 

Giulia Ferri

Università per
Stranieri di Perugia, laureata in “Comunicazione Internazionale”

con tesi
discussa in data 22/02/2011 e dal titolo “Delitti d’onore in Turchia: reati
culturali e di genere”

Monia Andreani e
Emidio Diodato sono stati rispettivamente Relatrice e Correlatore di tale
lavoro.

Attualmente sta partecipando al progetto di Servizio Volontariato Europeo (SVE) a Istanbul
in un quartiere a forte concentrazione curda.

“Se è vero che
gli uomini uccidono le donne in tutte le parti del mondo, al di là della loro
etnia, della loro cultura e della loro religione, ci sono caratteristiche
particolari che fanno di un omicidio un delitto d’onore e la connivenza della
famiglia della vittima e della comunità è una di queste.”

Nella mia tesi ho affrontato e approfondito la complicata questione dei diritti
d’onore, consuetudini ataviche ancora oggi attuali in troppe parti del Mondo.

L’excursus parte dal “Divorzio all’italiana”, film di Pietro Germi il quale nel 1961,
ricorrendo alla farsa, ha aperto una finestra sulla questione del delitto
d’onore in Italia idealizzato come “alternativa” del divorzio, all’epoca ancora
illegale nel nostro Paese. In seguito ad una panoramica mondiale, la mia
attenzione si è soffermata sulla Turchia nella quale, grazie al programma
Erasmus, ho avuto modo di raccogliere dati e di confrontarmi con tragici reati
sepolti nell’ordinaria quotidianità di una società regolata da rigide norme comportamentali
e tradizioni in netta contrapposizione con la questione di genere. In molti
Paesi del mondo, la virilità e l’onore di un uomo vengono misurate in base alla
capacità dello stesso di segregare la donna di sua “appartenenza”. L’omicidio
d’onore quindi non è da confondere con il cosiddetto crimine passionale.
Laddove quest’ultimo è causato dal gesto di un singolo, molto spesso un ex partner
rifiutato o un amico intimo nell’estremo tentativo di riprendere il controllo
sulla donna considerata una proprietà, dietro alle donne vittime dell’onore si cela una complessa dinamica
sociale che nella maggior parte dei casi si pone come sicurezza al perpetrarsi
di tali crimini.

Inizialmente la mia idea era quella di localizzare, quantificare e portare alla luce il
reato d’onore attraverso la raccolta di dati statistici. Però, dopo essermi
avviata nella ricerca concreta, mi sono resa conto che il progetto iniziale si
sarebbe vanificato in quanto statistiche ufficiali sarebbero state difficili da
estrapolare dal momento in cui il fenomeno è principalmente sommerso e per di
più gli stessi numeri sono spesso volontariamente oscurati in quanto
eccessivamente in contrasto con gli standard internazionali e non conformi a
quelli richiesti nel’ “acquis communitaire” per il processo di integrazione europea. Dopo aver toccato
con mano la triste realtà di molti villaggi sparsi sopratutto nella parte
anatolica, ho deciso di dare una voce a tutte quelle vittime alle quali è stato
ingiustamente sottratto il diritto alla vita. Per fare questo è stato fondamentale
l’appoggio che ho trovato nella Direttrice dell’associazione Ka–Mer del
distretto di Mardin la quale, grazie ai contributi europei ma soprattutto alla
tenacia di molte come lei, sta riuscendo a salvare molte donne da un triste
epilogo. Continuando l’argomentazione ho voluto distruggere false credenze,
stereotipi e luoghi comuni che rendono l’omicidio d’onore un’esclusiva islamica
estranea al mondo occidentale e del ruolo che i mass media ricoprono nel
perdurare di tali macabri reati. Non sono solo le miscredenze a rendere la
questione ardua e difficile da risolvere. Troppo spesso gli interrogativi
ruotano e si impanano su questioni culturali, di costume e tradizioni. In un
mondo sempre più globalizzato, dove ormai convivono più culture, si è posto il
problema per i governi nazionali di attuare politiche che risultino il più
adeguate possibili all’adattamento multiculturale. Motivo per il quale, data la
circostanza attuale, le richieste di tutelare diritti di gruppo si stanno
moltiplicando e si fronteggiano molto spesso con i diritti della società
maggioritaria che li circonda.

 

Nel lavoro quindi, relaziono quel che è il dibattito tra diritti individuali e
diritti collettivi, e quanto quest’ultimi possano incidere negativamente sulla
vita di una donna membro della comunità, come nel caso specifico dei delitti
d’onore. Nell’ultima parte della mia tesi ho voluto analizzare il ruolo che
l’Unione Europea sta giocando nel percorso verso la difesa dei diritti umani in
Turchia senza però dimenticare quanto i valori della società stessa spesso facciano
fatica ad accordarsi alla legge lasciando spazio a reati forse ancor più gravi:
i suicidi d’onore. A riprova del fatto, dopo la modifica del Codice penale
turco del 2006 la quale prevede l’ergastolo per i colpevoli di tale omicidio,
oggi è stato trovato il facile espediente di indurre le ragazze al suicidio
indicando loro generalmente tre opzioni: un cappio, una pistola o il veleno per
topi. Vengono poi rinchiuse in una stanza e lasciate al loro triste destino. Molte
donne oggi, dopo aver avuto la fortuna di essere salvate da altre donne capaci
di fondare associazioni nonostante l’ostilità della società che le circonda,
hanno avuto la possibilità di raccontare la loro storia in una società la quale
vieta loro anche di lavorare.

“Classificare i delitti d’onore come violenza domestica è assolutamente riduttivo e fuorviante.
Si tratta di violenza sociale, violenza di genere giustificata dalla cultura
politica e morale.”

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Selene Degli Esposti,
Università per Stranieri di Perugia, laureata in “Comunicazione Internazionale”
con tesi discussa in data 19/04/2011 e dal titoloDISCRIMINAZIONE RAZZIALE NEI CONFRONTI DELLA MINORANZA AFROAMERICANA NEGLI STATI UNITI DI OGGI. FENOMENI DI  RAZZISMO GIUDIZIARIO (CASO R. KELLY) E DI RAZZISMO MEDIATICO (CASO S. SHARROD)”.
Monia Andreani e Salvatore Cingari sono stati rispettivamente Relatrice e Correlatore di tale lavoro.

Selene è attualmente frequentante il Corso di Laurea Specialistica in “Relazioni Internazionali eCooperazione allo Sviluppo” dello stesso ateneo.

Gli Stati Uniti d’America di oggi si propongono sulla scena internazionale come la democrazia per eccellenza ed in nome di essa si trovano oggi coinvolti in molti Paesi del mondo in qualità di protettori dei diritti dei popoli contro governi autoritari. In passato, l’ideale dell’ ”American Dream” aveva inoltre attirato numerosissimi emigranti poiché esso rappresentava l’alternativa democratica, distante un intero oceano, al fascismo e al nazismo europei.
Ma se si abbandona per un attimo la prospettiva internazionale o storica, ci si accorge che gli Stati Uniti non investono oggi altrettanta energia nella risoluzione di alcune questioni interne: proteggere gruppi come quello afroamericano dalle ingiustizie sarebbe una missione altrettanto meritevole quanto proteggere popoli stranieri da governi stranieri. Il presente lavoro muove, infatti, dal costante sforzo di dimostrare che la discriminazione razziale è una forma di costruzione sociale che nasconde un interesse ben preciso, molto difficile da sradicare poiché “ancestrale” almeno quanto gli autoritarismi che gli Stati Uniti corrono a smantellare in giro per il mondo. Una nazione che agisce in nome della democrazia si presuppone abbia bene in mente cosa sia l’eguaglianza tra i cittadini poiché teoricamente la applica ad ogni livello.
Eppure un cospicuo gruppo di individui è ancora al centro di pratiche discriminatorie costanti poiché viene percepito come un insieme di “ individui problematici piuttosto che come cittadini americani che hanno problemi”.
Nel primo capitolo siè cercato di dimostrare l’iter storico che ha portato ad una concettualizzazione negativa e problematizzante dell’afroamericano conparticolare attenzione alla schiavitù, elemento peculiare della storia americana e ragione fondante dell’odierna discriminazione. Si dimostrerà come la schiavitù abbia rappresentato un sistema di sfruttamento economico che,dall’ingresso dei primi neri nelle colonie come schiavi, sancì uno status d’inferiorità ed uno di superiorità. La subordinazione degli afroamericani, grazie all’azione legittimante del diritto e delle istituzioni, venne
gradualmente rafforzata allo scopo di alimentare nel contempo il monopolio bianco. Quest’ultimo prese le forme di una ideologia della supremazia bianca quando legò il principio di superiorità/inferiorità al colore della pelle.
Da questo esatto momento in poi il corpo dei neri venne riempito di stereotipi negativi che dovevano dimostrare concretamente ciò che l’ideologia teorizzava. Lo sforzo fu allora quello di argomentare che essi appartenevano ad una razza differente proprio perché diverso era il colore della loro pelle:
questa idea ha attraversato la storia americana sino ad oggi ma sotto forme diverse dalla schiavitù. Quando questa venne abolita, lasciò spazio prima alla segregazione e successivamente alle forme contemporanee di discriminazione
definite da molti “neorazzismo”. Della società attuale è stata considerata la condizione sociale ancora troppo svantaggiata degli afroamericani, seppur essi abbiano conquistato sulla carta molti diritti, e la nuova sfida rappresentata
da un razzismo definito “simbolico” che muove da convinzioni socialmente riconosciute dalla maggioranza riguardo ai neri; non pregiudizi scientifici come nella passata esperienza della schiavitù ma morali perché attinenti al modo di fare, di comportarsi dei neri: si lascia spazio così ad una nuova costruzione di senso che alimenta il circuito della bianchezza.
Su questa linea si è passati ad analizzare inoltre i terreni più fertili in cui il razzismo oggi fiorisce. In particolare sono stati analizzati il sistema giudiziario e il sistema della comunicazione di massa.  Il secondo capitolo affronta infatti la gestione discriminatoria dell’ordine e dell’applicazione della giustizia, cercando di dimostrare come in essa si applichino consciamente misure razziste.
Il law enforcement, insieme di provvedimenti governativi a livello federale che hanno lo scopo di ridurre il narcotraffico, sono potenzialmente utili ma divengono discriminatori e dunque illegittimi quando si basano sul racial profiling cioè sulla convinzione che un individuo sia potenzialmente un criminale solo perché appartenente ad una certa razza. Il caso di Regina Kelley ma anche tutti i dati raccolti e riportati nel testo riguardo alla condizione dei neri lungo ogni fase dell’iter giudiziario hanno voluto esserne la dimostrazione.  Nel terzo capitolo si affronta invece un’ analisi del sistema dei mass media a cui si attribuisce un’ enorme influenza sulla percezione che i cittadini americani hanno della minoranza nera. Nel percorso analitico si è cercato di considerare i media nei tratti più salienti ed esplicativi nella convinzione che essi “estendano la sensorialità dell’uomo modificando fortemente i significati complessivi del mondo”: attraverso i media l’immagine degli afroamericani viene costantemente costruita secondo stereotipi ben precisi i quali si trasformano automaticamente in generalizzazioni.
Tale meccanismo attiva un vero e proprio circolo ermeneutico in cui il significato negativo attribuito agli afroamericani viene attinto dalla realtà sociale in cui già è affermato da secoli e ad essa lo restituisce sotto forma di immagine mediatica, spesso alterata e non fedele alla verità. Il capitolo si è poi concluso con il caso Shirley Sharrod, esempio lampante di come il razzismo possa essere addirittura strumentalizzato dai media, soprattutto nel contesto di Internet.
Il presente lavoro ha trattato il secondo e terzo capitolo come complementari poiché considera mass media
e giustizia come una coppia concettuale che muove dagli stessi presupposti e risponde alla tesi teorica di Michel Foucault, il quale aveva affermato che il razzismo si manifesta oggi nel legame indissolubile tra potere e conoscenza. Nel caso
specifico, il sistema giudiziario e le istituzioni si alimentano degli stereotipi negativi che l’informazione giornalistica diffonde e quando in sede giudiziaria svolge il proprio compito, applica quegli stessi stereotipi e allo stesso tempo legittima i sistemi d’informazione nel distorcere l’immagine dei neri. La pratica discriminatoria presente ad entrambe i livelli si inserisce dunque in una complementarità che rafforza e permette la persistenza del razzismo. Inoltre, nella gestione dell’informazione giornalistica negli Stati Uniti, la demonizzazione dell’afroamericano può essere interpretata come utile a dimostrare alla società che i meccanismi attraverso cui si combatte il crimine e si garantisce un alto standard di ordine nazionale funzionano bene: la sovrarappresentazione dei neri come criminali servirebbe a placare le ansie
legate all’insicurezza e al contempo ad aumentare l’autostima della maggioranza bianca.
In generale il presente elaborato ha voluto affermare prima di tutto che la discriminazione razziale nei confronti degli afroamericani è una pratica sociale tutt’altro che risolta; essa è invece ancora presente come “memoria collettiva” che
proietta retaggi di un passato schiavista nell’attualità degli  Stati Uniti.
La tendenza che è emersa, inoltre, è quella di fenomeni che spesso agiscono al di sotto della consapevolezza degli agenti stessi, tendenza molto pericolosa poiché non permette alla società di valutare correttamente la gravità del razzismo, vera e propria patologia sociale, e dunque di combatterlo.
L’approccio scelto è dunque essenzialmente critico poiché tenta di destrutturare alcuni aspetti dell’odierna realtà americana allo scopo di far emergere i meccanismi discriminatori e riportarli alla coscienza di quello che Jody David Armour definisce “involuntary negrophobe”. Secondo Armour, il razzismo verrebbe infatti vissuto come una
pratica lontana dalla responsabilità del gruppo bianco. La maggioranza così si deresponsabilizza e la discriminazione continua ad essere ignorata o addirittura tacitamente considerata come ragionevole. Per concludere, il razzismo qui
considerato dimostra che esso si è sviluppato negli Stati Uniti attraversando due fasi ed è a partire da esse che il razzismo ha bisogno di essere destrutturato: in un primo tempo si deve riconoscere che la democrazia statunitense è esemplare solo apparentemente; essa si basa piuttosto su ciò che si definisce “tokenism”, un insieme di pratiche o policies attraverso cui si applica un principio di inclusione delle minoranze che a prima vista sembra mosso da ideali democratici ma che in realtà vuole creare una falsa apparenza.
Esso infatti finisce per limitare la minoranza inglobata in maniera spesso impercettibile poiché attraverso l’uso di elementi simbolici come ad esempio gli stereotipi.
Una volta raggiunto un maggior livello di consapevolezza e ammesso che la razza, come afferma Sig Gissler, è “il nervo più vivo ed il dilemma più difficile in America poiché dalla nascita alla morte essa definisce, divide e distorce“, allora si può
passare al gradino successivo in cui si riconosce la convenzionalità del razzismo.
Il concetto di razza si è infatti costruito socialmente sulla base della distinzione tra gli uomini in base al colore della pelle ma tale criterio di differenziazione e la conseguente inferiorizzazione sono solo strumentali. L’ “epidermizzazione dell’inferiorità dei neri”, come l’aveva descritta Frantz Fanon, nasconde infatti un interesse molto preciso che va oltre il colore della pelle in sé ed è lo status sociale:
etichettare un intera comunità come inferiore significava escluderla dall’accesso ad ogni tipo di risorsa garantendo che la società si stratificasse sul privilegio bianco e sullo svantaggio nero. Ad esempio, uno studio dell’ Università della California ha recentemente dimostrato che il valore non incassato dalla minoranza nera tra il 1929 ed il 1969 a causa della
discriminazione ammonta a circa 16.000 milioni di dollari.
Ecco perché forme di razzismo ancora persistono. Esse sono lo strumento essenziale attraverso cui il gruppo di maggior potere, spesso corrispondente al gruppo dei bianchi maschi eterosessuali, mantiene una posizione sociale elitaria ed il monopolio della ricchezza economico-sociale. In altre parole, i vantaggi che il razzismo porta alla maggioranza bianca a tutti i livelli rappresentano fattori che lo rendono una risorsa a cui difficilmente si vuole rinunciare: le cose cambieranno solo quando il razzismo verrà messo seriamente in discussione proprio a partire dalla maggioranza stessa e solo quando la minoranza smetterà di autoconcepirsi come vittima sociale della maggioranza e si convincerà pienamente di costituire un gruppo che ha un’identità ben precisa da difendere.

La soluzione migliore è dunque l’azione congiunta tra una mobilitazione sociale e politica delle masse svantaggiate, al contempo supportata da azioni governative che ne legittimino il riscatto poiché concedono ai gruppi esclusi la piena
cittadinanza e l’equa possibilità di accedere a tutte le risorse.
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Gionata Baldaccini, Università per Stranieri di Perugia, laureato in Comunicazione Internazionale con tesi discussa nel Luglio 2011, dal titolo:

DIRITTI UMANI E IMMIGRAZIONE IN ITALIA: ANALISI DELLE POSIZIONI DELLA LEGA NORD SULL’ISLAM

Relatrice Monia Andreani, Correlatore
Salvatore Cingari

Parte introduttiva.

La tesi traccia nell’introduzione un quadro generale della
condizione del migrante nella società globalizzata. Punto di partenza è la
descrizione di ciò che rappresenta il nucleo giuridico della difesa a livello
internazionale del rifugiato: l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra del
1951 ratificata da tutti i paesi dell’Unione Euopea. Attraverso le analisi di
Habermas e del filosofo olandese van de Kaa, riguardo gli atteggiamenti degli
stessi paesi europei nei confronti del fenomeno migratorio, nello specifico
della Germania, si sottolinea il cortocircuito identitario e il mancato
riconoscimento sostanziale da parte delle società di immigrazione
dell’inalienabile diritto di movimento e realizzazione personale del migrante.

 

Analogie tra la gestione del fenomeno migratorio in
Germania e il pensiero leghista.

L’approccio politico tedesco nei confronti dell’immigrazione
si dimostra archetipico ed è ricalcato dalle parole pronunciate dal Ministro
dell’Interno R. Maroni, in relazione agli sbarchi succedutisi in seguito
all’esplosione dalla cosiddetta “primavera araba”: da ciò che si evince dalle
frasi del Ministro è stato possibile enucleare similitudini riguardo alle
modalità di definizione e gestione dell’immigrazione, la quale da una parte
viene definita immigrazione “da lavoro” (secondo lo stesso Maroni rappresentata
dai migranti tunisini), quindi illegittima e subordinata agli interessi e alle
esigenze del mercato del lavoro della società accogliente; mentre dall’altra si
assiste all’attivazione di una serie di procedure di restringimento del campo
del riconoscimento del diritto d’asilo ai profughi (sintomatici in questo caso
gli accordi Italia-Libia del 2008, Paese, quello africano, che non ha mai
ratificato la Convenzione ONU sui rifugiati). L’aspetto che accomuna l’esperienza
tedesca al pensiero leghista è, soprattutto, la premessa, enunciata fin dal
secondo dopoguerra dai Governi tedeschi e in Italia dalla fine degli anni
Ottanta in particolare da parte della Lega, che i due Stati, “non sono Paesi
d’immigrazione”.

 

Obiettivi generali della Lega.

Fenomeno, quello dell’immigrazione, che la Lega, dalla Legge
Bossi-Fini sino al pacchetto sicurezza con il reato di clandestinità, tenta di
arginare prima sul piano culturale e successivamente a livello legislativo e
istituzionale. Secondo gli esponenti del Carroccio l’obiettivo è evitare che
una cattiva gestione dell’immigrazione possa comportare l’innesto di un corpo
estraneo all’interno di una società cosiddetta organica, come paventato dal
demografo Antonio Golini in un suo recente studio.

 

Metodologia di studio e breve excursus storico.

Attraverso la ricerca di articoli di giornale de la
Padania
e dei quotidiani più diffusi, l’ascolto delle trasmissioni di Radio
Padania
e lo studio del sito della Lega Nord,  materiale ordinato grazie all’ausilio di
diversi volumi dedicati all’esperienza leghista, è stato possibile concentrare
l’analisi sulle azioni perpetrate dal Partito del leader carismatico Umberto
Bossi, contro il fenomeno migratorio in generale e la cosiddetta “invasione islamica”
in particolare. Con un’escalation che percorre gli anni seguenti la caduta del
Muro di Berlino segnati dal dibattito sullo scontro di civiltà descritto dal
saggio di Huntington, sino ad arrivare alla Lega di Governo dell’ultimo
decennio, si verifica (come mostrato dai saggi di A. Dal Lago e R. Guolo) una
evoluzione in senso sempre più apertamente oppositivo della gestione dei
rapporti con l’Islam.

 

Azione della Lega che alimenta le sindromi sociali
attraverso i concetti cognitivi di contrapposizione/conservazione.

L’ascesa politica e nei consensi del Carroccio si misura
nella progressiva efficacia nello sfruttare un processo di osmosi sociale delle
paure, allo stesso tempo percepite/alimentate, nei confronti del migrante
soprattutto se islamico. L’azione politico-culturale della Lega (come si può
notare dalle copiose dichiarazioni di molti dirigenti) si fonda sui concetti di
contrapposizione a ciò che definiscono invasione dello straniero e di
conservazione di una società ordinata intorno a tutta una serie di valori
tradizionali, religiosi e civili, rispetto ai quali si propone come soggetto
politico inteso a difenderli (anche in concorrenza con la Chiesa o con alcune
frange di essa). La Lega è presente nelle parrocchie, è critica nei confronti
del mondo dell’associazionismo cattolico più progressista, e ambisce a
rappresentare essa stessa quella tradizione minacciata dalle logiche del
mercato globale (come descritto da A. Giddens) e dalle tesi mondialiste che
vorrebbero eliminare ogni differenza e rendere i popoli e le nazioni figure che
non si basino più su forti aspetti identitari prettamente ricalcati
sull’appartenenza ad una razza e una cultura.

 

Lega di lotta e di governo.

Il movimento di lotta della Lega, poi trasformatosi in figura
istituzionale (fenomeno studiato dal sociologo e politologo I. Diamanti), punta
esattamente sulla costruzione o ricostruzione dell’identità. Quest’ultima, come
detto, rappresenta un aspetto fondamentale dell’esistenza delle comunità in
generale (vedi saggio di M. Castells) e nello specifico di quella padana.
L’identità si mostra veicolo imprescindibile nell’alimentare e strutturare la
dimensione del conflitto intorno ai concetti di civiltà e differenza culturale,
dove i confini di questa dimensione, o per dirla alla Huntington, le linee di
rottura tra le culture, sono tracciate dalla Lega Nord attraverso la
promozione:

all’interno dei singoli quartieri, di raccolte firme per
l’abrogazione della Turco-Napolitano e iniziative di protesta per impedire la
costruzione di moschee o di centri islamici;

in parlamento, attraverso la presentazione e approvazione di
leggi più restrittive sui flussi migratori e i diritti del migrante, a cui si
aggiungono i voti contrari alle proposte di equiparazione giuridica del culto
islamico alla religione cattolica, così da ottenere il mantenimento del regime
giuridico della legge sui culti ammessi, redatta nel 1929, anno dei Patti
Lateranensi.

 

Sovrapposizione migrante-minaccia terroristica e gestione
in materia di ordine pubblico della questione islamica.

Un rapporto di HRW del 2010 spiega come, in seguito agli
attentati alle Torri Gemelle del 2001, il Carroccio attivi una campagna
attraverso i media di sovrapposizione della figura del migrante alla questione
islamica e al cosiddetto progetto jihadista di invasione dell’Occidente, quindi
alla potenziale minaccia di matrice terroristica rappresentata da ogni singolo
individuo.

I rapporti di convivenza con le sempre più numerose comunità
musulmane presenti in Italia assumono in questo modo una dimensione sociale e
culturale votata alla diffidenza che ha portato,  tramite una proposta del Ministro della
Giustizia R. Castelli, alla gestione in materia di ordine pubblico, quindi
deputata al Ministero dell’Interno, della questione riguardante la costruzione
di nuovi luoghi di culto o centri di aggregazione richiesti dai gruppi
islamici.

 

Caso paradigmatico del Nord-est italiano e focus sulla
realtà veronese.

Il lavoro si chiude analizzando il caso paradigmatico
dell’esperienza nordestina e di Verona come modello di convergenza culturale e
politica tra una società dipendente dal lavoro straniero che si dimostra
intollerante alla presenza dei migranti (analisi di R. Guolo e sondaggi curati
da I. Diamanti) e l’amministrazione locale leghista che annuncia la soluzione
dei problemi sociali giudicati come esclusivamente derivanti da quella stessa
presenza. In altre parole, dalla presenza di ciò che viene percepita come
diversità. Il caso è esplicativo nella maniera in cui da una parte la
differenza viene difesa in quanto propria, dell’autoctono, rappresentata dalle
sue origini dai suoi valori e dal territorio a cui appartiene, nel principio
giuridico dello ius sanguinis; dall’altra la diversità viene stigmatizzata e
criminalizzata o mal tollerata quando è lo straniero ad esserne portatore
attraverso la sua cultura e una condotta giudicata refrattaria
all’assimilazione.

All’interno di questo contesto si palesano rapporti di
esponenti politici leghisti (anche a livello nazionale non solo locale) con i
movimenti dell’estrema destra (come descritto nel libro di E. Del Medico, dal
Veneto Fronte Skinhead a Forza Nuova) e gruppi del tradizionalismo radicale
cattolico (Lefebvriani), contrari al dialogo interreligioso con l’Islam e alle
novità apportate dal Concilio Vaticano II in questo campo.

 

Conclusione.

Quella della Lega è una logica che si fonda sul mancato
riconoscimento dell’importanza del lavoro straniero e di regolamentazione dello
stesso solo attraverso sporadiche sanatorie. A dimostrarlo ci sono (tra gli
altri), nell’ultimo decennio, le indagini della caritas/migrantes e un
esauriente studio di M. Ambrosini, sociologo dei processi migratori, comparso nel
secondo numero del 2011 di Limes. Una logica che si perpetua anche sul mancato
riconoscimento dei diritti umani in materia di difesa della dignità della
persona in quanto tale, che viene punita per la sua condizione di migrante con
l’introduzione del reato di clandestinità (recentemente bocciato dalla Corte di
Giustizia Europea e dal Consiglio di Stato che ne hanno dichiarato
l’illegittimità).

Infine, una logica contraria alla dottrina sociale della
Chiesa, che vede il Carroccio subordinare il concetto di solidarietà
all’appartenenza culturale e religiosa, alla protezione della vita
tradizionale, facendo della religione uno strumento civile e simbolo di
esclusione, di determinazione del nemico. Modelli culturali e di convivenza,
questi, che sono nel tempo diventati leggi dello Stato italiano e sono stati
ribaditi con forza anche alle ultime elezioni amministrative (2011).

Dal punto di vista culturale e sociale, secondo le indagini
di HRW e i rapporti dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati sui temi della
tolleranza e della accoglienza del migrante, si è ravvisato, sempre più negli
anni, una certa “leghistizzazione” (termine apparso in un articolo del
quotidiano francese Liberatiòn) dell’opinione pubblica italiana.

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Ilaria Caloisi, Università per Stranieri di Perugia, laureata in “Comunicazione internazionale” con una tesi dal titolo  IL RUOLO DELLA DONNA NEL LAVORO DI CURA ALLA LUCE DEI DIRITTI UMANI , discussa il 21 luglio 2009.

Relatrice Monia Andreani, correlatore Salvatore Cingari.

Attualmente iscritta al corso di laurea specialistica in “Relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo” dello stesso ateneo.

Nella mia tesi triennale, dal titolo “Il ruolo della donna nel lavoro di cura alla luce dei diritti umani”, ho affrontato la questione della cura come lavoro femminilizzato. Ho seguito un percorso iniziato dall’analisi delle motivazioni e cause principali che hanno fatto sì che le donne venissero
considerate come principale soggetto detentore dell’attività di cura- occupazione già di per sé sminuita- da rintracciare essenzialmente nella
presunta inferiorità del sesso femminile rispetto a quello maschile, e nella ugualmente presunta predisposizione biologica e attitudinale allo svolgimento di tali attività. Entrambi gli assunti sono stati sostenuti nella storia per secoli, forse millenni, reiterati e tramandati da una cultura
sostanzialmente patriarcale e maschilista. Ho poi tentato di mettere in luce le ripercussioni negative che il binomio assistenza/cura- donna ha causato in passato e che oggi più che mai assume la forma di discriminazione, spesso anche associata a motivi razziali, di quelle donne straniere che si trovano a svolgere una attività lavorativa che consiste nella fornitura di un servizio ai più bisognosi, e che causa una preoccupante esclusione della popolazione femminile dal mondo lavorativo e più in generale dalla vita pubblica. Infine ho delineato nelle conclusioni alcuni scenari possibili e proposte di soluzione a tale situazione di assoggettamento. IL punto di partenza è stata la teoria delle capacità del filosofo ed economista indiano Amarthya Sen, che sostiene l’importanza di dotare tutti gli individui di quelle imprescindibili capacità per permettere
loro il pieno sviluppo come esseri umani. Segue le sue orme Martha Nussbaum la quale, collocando tale teoria nel dibattito sui diritti delle donne, auspica che le strategie degli Stati siano improntate al conseguimento effettivo per tutte e tutti di suddette capacità.

In seguito  ho analizzato il punto di vista di altri due filosofi: Taylor e Habermas nell’ambito del  dibattito sul multiculturalismo, in seno al quale le donne vengono considerate un gruppo minoritario a cui deve essere garantita pari dignità rispetto al gruppo dominante.  La filosofa americana Susan Moller Okin si inserisce in tale dibattito schierandosi a favore della  tutela dei diritti individuali, premessa indispensabile per favorire una maggiore presenza delle donne nella dimensione pubblica, nella convinzione che questo genererebbe un ripensamento del loro ruolo anche nella vita privata. Il rapporto tra pubblico e privato e la collocazione del tema sullo sfondo delle teorie della giustizia sono trattati nel secondo
capitolo. Prendendo spunto dallo stesso pensiero della Okin, è nel segno di una criticabile separazione tra questi due ambiti che si aggrava la minimizzazione de lavoro assistenziale e domestico, sottratto alla disciplina e regolamentazione dello Stato e relegato alla sfera familiare e affettiva. Questo ha impedito un’affermazione e realizzazione delle donne nella sfera pubblica, campo in cui prevale da sempre la presenza maschile. A sostegno di questa automatica associazione accorrono le convinzioni della psicologa americana Carol Gilligan, la quale, in base a ricerche empiriche, sostiene una naturale predisposizione della donna  al lavoro di cura, in quanto soggetto incarnante determinate qualità di sensibilità, comprensione dedizione verso l’altro. La cura è vista come impegno morale a cui è impossibile sottrarsi,  passo obbligato per l’autorealizzazione. A smentita di tale tesi si cita poi Joan Tronto, che promuove una rivalutazione morale dell’attività domestica e di cura in termini pubblici, da sottrarre all’ambito privato delle relazioni interpersonali. IL terzo capitolo si focalizza su un aspetto del  panorama lavorativo attuale in Europa e nello specifico in Italia. Il caso studio è quello del lavoro di cura svolto dalle  badanti, che incarnano oggi nel nostro paese la riprivatizzazione di Welfare. Si parte dall’analisi  critica a un diritto del lavoro-anch’esso declinato in base al genere – che discrimina le donne ignorando la loro specificità. Alessandra Vincenti, sociologa del lavoro, propone una lettura teorica alternativa delle attuali politiche di pari opportunità, che, sostenute da una legislazione universalistica e omologatrice, privano le donne della loro soggettività e costituiscono uno strumento di costruzione di ruoli di genere. Si rivendica piuttosto che le donne debbano godere di diritti che mettano in luce le loro peculiarità, il loro universo valoriale, i loro interessi. Si illustra poi il ruolo del Welfare State in Europa attraverso il ricorso ad alcune statistiche che restituiscono un quadro reale sulle condizioni delle lavoratrici straniere nel campo dell’assistenza, corredato da riferimenti alla legislazione italiana in materia di immigrazione.  Si fa riferimento alla  condizione spesso precaria all’interno della famiglie di accoglienza, alla mancanza di tutele legislative e alla scarsità delle regolarizzazioni, non in ultimo allo sfruttamento di cui queste operatrici sono spesso vittime.

Si pone dunque l’urgenza  di una maggiore attenzione da parte degli organi pubblici al settore dell’assistenza, lasciato interamente sulle spalle delle famiglie bisognose anche per via dimancati finanziamenti da parte dello stato a sostegno del Welfare. Tuttavia, tali interventi sono da considerarsi come una  necessaria terapia per favorire l’ingresso della popolazione femminile nel mondo del lavoro. Si sostiene infine la necessità di una maggiore valorizzazione dell’attività di cura e domestica, che deve essere innalzata a vera e propria professione appagante e soddisfacente per le donne e per gli uomini, e che non sia più fonte di frustrazioni e discriminazioni.